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QUIZ per capire se appartenete a un “culto distruttivo”

01.02.2013 09:53

 

QUIZ per capire se appartenete a un “culto distruttivo”, più conosciuto come "setta":

 

questo Questionario, elaborato da esperti (anche psicologi e sociologi) in materia, permette di evidenziare le "caratteristiche comuni" a tutti i culti con effetti negativi sul comportamento, sulla libertà e sulla psicologia della persona. Non intende circoscriversi ad un unico gruppo, né intende riferirsi alla religione in quanto tale, anzi, al contrario questo Questionario intende proprio salvaguardare la religione stessa da quei gruppi che al suo interno ne stravolgono sovente i veri fini e l'autentico insegnamento, tutelandone la serietà.

Infatti, questo Questionario non è  applicabile ai cosiddetti "monasteri o comunità religiose" specialmente secolari, nelle quali è implicito che esista una certa disciplina, Regola, accettata liberamente come stile di vita comune insieme e dove il concetto di famiglia non si sviluppa con dei bambini da crescere, ma tra persone adulte il cui libero arbitrio si autoregola ed alimenta proprio attraverso la Regola e le Costituzioni già collaudate nel tempo.

In sostanza queste domande e risposte faranno luce sul gruppo laicale a cui appartenete.

Rispondete sinceramente e francamente alle domande: non avete motivo di sentirvi in colpa a farlo perché queste domande possono aiutarvi a capire chi siete, quanta padronanza avete del vostro libero arbitrio e come stare meglio, ma è importante rispondere con tutta onestà con un si o con un no evitando ogni tipo di giustificazione.

Al termine del Questionario controlla la Nota in fondo (*)

 

 1. Nel tuo gruppo vengono scoraggiati i dubbi, le critiche o le idee che non sono in sintonia con il sistema di elaborazione al suo interno?       

 2. Tendi a razionalizzare (o a giustificare)  tutto ciò che viene fatto dal tuo gruppo, anche quando sei consapevole che questo va contro il tuo "sesto senso" di ciò che è giusto e sbagliato?        

 3. Ti senti spesso esausto per la lunghezza delle attività, incontri e progetti del gruppo?

 4. Il tuo gruppo utilizza un linguaggio speciale, ricco di neologismi e di termini generalmente incomprensibili agli esterni?

 5. I dubbi esposti vengono considerati una mancanza di fede, di consacrazione, di impegno o quale mancanza di lealtà verso il gruppo? In sostanza: i tuoi pensieri (naturalmente non contrari alla retta fede, ma non in linea con la programmazione del gruppo) sono diventati qualcosa da combattere/reprimere/condannare?

 6. Riesci a vivere il culto al di fuori della programmazione del gruppo, ossia: preghi di tua spontanea volontà o solo quando è previsto dal programma del gruppo?

 7. Ti ritrovi spesso a fare sempre più cose nel gruppo  che non avresti fatto di tua iniziativa?

 8. Il tuo gruppo umilia o critica pubblicamente i suoi membri?       

 9. Il tuo gruppo possiede un sistema di punizioni o di premi per il comportamento dei suoi membri?

 10. Il tuo gruppo ritiene ossessivamente di essere perseguitato da altri gruppi o da persone che hanno altre convinzioni?

 

 11. La prospettiva di abbandonare il tuo gruppo ti spaventa o ti sembra molto difficile da attuare?

 12. Senti il bisogno, qualche volta e in crescendo, di lasciare di nascosto il tuo gruppo?

 13. Ti è stato detto (o pensi) che se abbandoni il gruppo ti accadrà sicuramente qualcosa di brutto?

 14. Il tuo gruppo filtra l'informazione e le comunicazione esterne? Ritiene di essere "il solo"  ad avere la soluzione a tutti i tuoi problemi?

 15. Le idee o il sistema di credenze del leader viene considerato al di sopra di ogni critica, ritenuto di carattere sacro o intoccabile?

 16. Segui un particolare individuo, del tuo gruppo, che esige ubbidienza e lealtà cieca ed assoluta?

 17. I membri del tuo gruppo si considerano particolarmente eletti, superiori o un'élite esclusiva?

 18. Senti il bisogno di salvare o convertire altri al tuo sistema di gruppo e metodo?

 19. Il tuo gruppo mantiene la segretezza verso gli estranei sulle sue opere, insegnamenti, attività o credenze?

 20. Il tuo gruppo associa la purezza e la bontà all'essere membri del gruppo, e l'impurità o il male a coloro che si pongono al di fuori del gruppo?

 

 21. Poni la missione o le attività del tuo gruppo al di sopra dei tuoi obiettivi ed ideali personali? Gli interessi del gruppo hanno la precedenza sui tuoi interessi?

 22. Ti scopri a ragionare in termini di noi-loro, noi-contro gli altri esterni al gruppo?

 23. Vedi sempre meno i membri della tua famiglia ed amici che non appartengono al tuo gruppo o che non  accettano di condividerlo?

 24. Da che sei entrato nel gruppo i tuoi rapporti con parenti e familiari che non ne fanno parte sono radicalmente cambiati?

 25. Se sei coniugato/a il tuo coniuge è stato spinto in qualche modo ad entrare nel gruppo?

 26. Esiste fra i coniugi la libertà di non aderire al gruppo? se è sì, l'armonia familiare ne risente? I figli sono lasciati liberi di scegliere?

27. Il tuo gruppo usa frequentemente per le testimonianze pubbliche svelare confessioni private per rafforzare la missione o gli obiettivi privati del gruppo?

 28. La comunicazione (le amicizie) all'interno e dall'esterno del tuo gruppo viene controllata o censurata in qualche maniera?

 29. Il tuo gruppo critica, emargina, abbandona o disprezza gli individui che decidono di abbandonare il gruppo?       

 30. Le confessioni, i difetti o le debolezze dei singoli vengono usate pubblicamente nel gruppo come monito disciplinare?

 

 31. I membri, quando devono fare scelte di vita personali, cercano forse di avere prima il permesso o l'approvazione dei leader del gruppo? In questo caso in vista anche di un fidanzamento o matrimonio vi sentite pilotati dal gruppo a riguardo della scelta del partner?

 32. Avverti una forte pressione a partecipare sempre agli incontri, adunanze, lezioni e seminari del gruppo e ti senti colpevole se non vi partecipi?       

 33. Avverti una pressione a dare una parte dei tuoi guadagni al gruppo o di spendere denaro in corsi, libri o progetti speciali?

 34. I bisogni finanziari del gruppo vengono ritenuti più importanti del tuo proprio benessere economico, anche a riguardo delle necessità dei figli?

 35. Il tuo gruppo opera discriminazioni contro qualcuno per quanto riguarda la diversità, o altri gruppi legati alla fede ma non del tuo giro?

 36. Il tuo gruppo possiede una struttura totalitaria, ossia: uno stretto controllo gerarchico a causa del quale i membri non possono avere iniziative?

 37. Ti domandi a volte se ti sei lasciato coinvolgere in un gruppo restrittivo?

 38. Hai una bassa o scarsa stima di te stesso, ossia: avverti una perdita di identità perché l'hai fusa con il gruppo?

 39. Hai difficoltà a prendere delle semplici decisioni e fare delle scelte importanti anche quelle che riguardano il concepimento dei figli? In sostanza questa domanda vi chiede se siete controllati dal gruppo a riguardo dei numeri dei figli imposti; se siete costretti ad abortire, ma anche se siete costretti a farne secondo la volontà del gruppo. Ricordati che ogni gravidanza è un dono e non una imposizione.

 40. Ti senti spesso ansioso/a, depresso, inquieto o nervoso?

 

41. Ti senti isolato/a, solo/a, colpevole, cinico specialmente verso chi non fa parte del tuo gruppo? 

42. Hai difficoltà di memoria a breve termine?       

43. Ti sembra di non avere nulla in cui credere, o da condividere, al di fuori del gruppo?

44. Avverti qualche volta del disagio ed insofferenza verso il gruppo o verso coloro che ne detengono la leadership?

45. Avverti qualche volta un senso di supina incensazione verso il gruppo o coloro che ne detengono la leadership, fino a non poter fare a meno di loro?

46. Hai qualche volta degli incubi o sogni spiacevoli?

47. Trovi difficile o impossibile smettere di compiere le pratiche mentali o rituali del gruppo?

48. Hai mai visto se nel tuo gruppo fioriscono idee o iniziative (buone naturalmente) che poi avete potuto realizzare liberamente?

49. Nel tuo gruppo vi sentite liberi di poter fare qualcosa che non era prevista nel programma abitudinale degli incontri?

50. Le vacanze o i giorni festivi come le Domeniche, sono sempre associati esclusivamente al programma e attività del gruppo? La vostra famiglia è libera di trascorrere la festività religiosamente in modo indipendente?

 

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(*) - Se hai risposto affermativamente a dieci domande, la situazione è seria ma  non drammatica, sei ancora in tempo per riprenderti la tua libertà ed ora puoi comprendere da te stesso che hai una identità da recuperare;

- se sei affermativo/a  oltre le dieci domande, comincia a preoccuparti, sei entrato in una spirale pericolosa;

- se sei stato affermativo/a ad oltre venti domande, è già un miracolo che tu abbia potuto completare il Questionario, ma hai bisogno di aiuto per uscire da questa schiavitù e il tuo gruppo è un gruppo gravemente restrittivo, in qualsiasi religione esso si trovi.

- Se sei affermativo/a oltre le quaranta domande il gruppo al quale hai aderito è distruttivo.

- Se invece hai risposto negativamente ad almeno 25 domande, la metà del Questionario, il gruppo a cui appartieni seppur equilibrato rischia di diventare settario, perciò cerca di essere tu stesso a renderlo sempre equilibrato e in sintonia con l'autentica libertà di ogni individuo, nel rispetto della vera dignità di tutti.

 

Ricordati:  non è la religione a rendere schiave le persone, ma spesso sono i gruppi che le compongono che, differenti fra loro,  non tutti agiscono per un bene comune. Diffida sempre da chi ti rende schiavo/a, da chi inibisce la tua libertà, da chi si impossessa della tua volontà. L'autentica religione rende libera la persona aumentando e perfezionando la sua specifica identità nei confronti di sé stesso, nei confronti di Dio e del prossimo. Aiuta la vera religione a non essere testimonianza di intolleranza e schiavitù in un mondo in cui questa viene usata per negare all'Uomo la sua Anima, il suo fine ultimo, il suo scopo di vita.

 

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Abuso della Divina Misericordia

28.01.2013 17:23

 

In questo articolo noi taceremo, lasceremo "parlare" solamente un grande Santo. Se i Sacerdoti non credono più neppure ai Santi, allora siamo messi davvero male. Non commenteremo il passo che andremo a leggere, lasciando che ognuno lo possa maturare nel proprio animo. Che ognuno possa comprendere l'autentico Amore misericordioso di Dio che si acquista a caro prezzo, certo, ma che a caro prezzo ci fu anche dato con la morte del Figlio di Dio sulla Croce. Noi non meritiamo nulla, noi siamo la causa della Sua Morte di Croce, eppure lodiamo questa Croce, è il nostro vanto come spiega San Paolo, da qui ci è tutto donato, da qui veniamo graziati. Chi così tanto stolto da rifiutare tale dono?

 

LA MISERICORDIA DI DIO E' PER CHI LO TEME

ABUSO DELLA DIVINA MISERICORDIA


Ignoras, quoniam benignitas Dei ad poenitentiam te adducit? (Rom 2,4)

PUNTO I

Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (Matth 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: "Vis, imus, et colligimus ea?". Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: "In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum". Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co' peccatori; e per l'altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: "Desperando, et sperando". Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l'anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: "Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam". Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l'Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?

Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori voglion peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. "Bonus est Deus, faciam quod mihi placet", ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino. Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.

Non dire, dice il Signore: Son grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. "Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur" (Eccli 5,6). Nol dire, dice Dio; e perché? "Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius"
 (Eccli 5,7). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che son le miserazioni) son finiti.
 Dio è misericordioso ma è ancora giusto. "Ego sum iustus, et misericors", disse il Signore un giorno a S. Brigida; "peccatores tantum misericordem me existimant".
I peccatori, scrive S. Basilio, voglion considerare Dio solo per metà: "Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare".
Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P. M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. "Et misericordia eius timentibus eum", come cantò la divina Madre.
Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: "Qui verus est in promittendo, verus est in minando".

Guardati, dice S. Gio. Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; "Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur". Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: "Sperat, ut peccet; vae a perversa spe".
 Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. "Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit".
Povero chi s'abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo! Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo.
Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia.
Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesù Cristo: "Fidit in lenitate magistri". In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre.
Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de' cristiani (parlando degli adulti) si danna: "Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam" (Matth 7,13).

Chi offende Dio colla speranza del perdono, "irrisor est non poenitens", dice S. Agostino.
 Ma all'incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: "Deus non irridetur" (Galat 6,7).
Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. "Quae enim seminaverit homo, haec et metet" (Galat 6,7).

 Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all'inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest'inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt'i peccati vi salverete.

Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. "Maledictus homo qui peccat in spe". La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l'abbominio di Dio: "Et spes illorum abominatio" (Iob 11,20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome irriterebbe il padrone quel servo che l'offendesse, perché il padrone è buono.

PUNTO II

Dirà taluno, Dio m'ha usate tante misericordie per lo passato, così spero che me l'userà per l'avvenire. Ma io rispondo: E perché t'ha usate tante misericordie, per questo lo vuoi tornare ad offendere? Dunque (ti dice S. Paolo) così tu disprezzi la bontà e la pazienza di Dio? Nol sai che 'l Signore ti ha sopportato sinora; non già a fine che tu lo segui ad offendere, ma acciocché piangi il mal fatto? "An divitias bonitatis eius, et patientiae contemnis? Ignoras, quoniam benignitas Dei ad poenitentiam te adducit?" (Rom 2,4).
Quando tu fidato alla divina misericordia non vuoi finirla, la finirà il Signore. "Nisi conversi fueritis, arcum suum vibrabit" (Ps 7). "Mea est ultio et ego retribuam in tempore" (Deut 32,35).
Dio aspetta ma quando giunge il tempo della vendetta, non aspetta più e castiga.

"Propterea exspectat Dominus, ut misereatur vestri" (Is 30,18).
Dio aspetta il peccatore, acciocché si emendi: ma quando vede che quegli del tempo, che gli è dato per piangere i peccati, se ne serve per accrescerli, allora chiama lo stesso tempo a giudicarlo. "Vocavit adversum me tempus"
(Thren 1,15). S. Gregorio: "Ipsum tempus ad iudicandum vertit".
Sicché lo stesso tempo dato, le stesse misericordie usate serviranno per farlo castigare con più rigore e più presto abbandonare. "Curavimus Babylonem, et non est sanata, derelinquamus eam" (Ier 51,9).

E come Dio l'abbandona? O gli manda la morte, e lo fa morire in peccato; o pure lo priva delle grazie abbondanti, e lo lascia colla sola grazia sufficiente, colla quale il peccatore potrebbe sì bene salvarsi ma non si salverà. La mente accecata, il cuore indurito, il mal abito fatto renderanno la sua salvazione moralmente impossibile; e così resterà, se non assolutamente, almeno moralmente abbandonato.
"Auferam sepem eius, et erit in direptionem" (Is 5,5). Oh che castigo! Che segno è, quando il padrone scassa la siepe, e permette che nella vigna v'entri chi vuole, uomini e bestie? è segno che l'abbandona.
Così fa Dio, quando abbandona un'anima, le toglie la siepe del timore, del rimorso di coscienza, e la lascia nelle tenebre; ed allora entreranno in quell'anima tutti i mostri de' vizi. "Posuisti tenebras, et facta est nox, in ipsa pertransibunt omnes bestiae silvae" (Ps 103,20).
E 'l peccatore abbandonato che sarà in quell'oscurità, disprezzerà tutto, grazia di Dio, paradiso, ammonizioni, scomuniche; si burlerà della stessa sua dannazione. "Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit" (Prov 18,3).

Dio lo lascerà in questa vita senza castigarlo, ma il non castigarlo sarà il suo maggior castigo. "Misereamur impio, et non discet iustitiam" (Is 26,10).
Dice S. Bernardo su questo testo: "Misericordiam hanc ego nolo; super omnem iram miseratio ista". Oh qual castigo è quando Dio lascia il peccatore in mano del suo peccato, e par che non gliene domandi più conto! "Secundum multitudinem irae suae non quaeret" (Ps 9). E sembra che non sia con lui sdegnato. "Auferetur zelus meus a te, et quiescam, nec irascar amplius" (Ez 16,42).
E par che lo lasci a conseguir tutto ciò che desidera in questa terra. "Et dimisi eos secundum desideria cordis eorum" (Ps 80). Poveri peccatori, che in questa vita son prosperati! È segno che Dio aspetta a renderli vittime della sua giustizia nella vita eterna. Dimanda Geremia: "Quare via impiorum prosperatur?" (Ier 12,1).
E poi risponde: "Congregas eos quasi gregem ad victoriam".
Non v'è castigo maggiore, che quando Dio permette ad un peccatore che aggiunga peccati a peccati, secondo quel che dice Davide: "Appone iniquitatem super iniquitatem... deleantur de libro viventium" (Ps 66,28). Sul che dice il Bellarmino: "Nulla poena maior, quam cum peccatum est poena peccati". Meglio sarebbe stato per talun di quest'infelici, che il Signore l'avesse fatto morire dopo il primo peccato; perché, morendo appresso, avrà tanti inferni, quanti peccati ha commessi.

PUNTO III

Si narra nella vita del P. Luigi la Nusa che in Palermo v'erano due amici; andavano questi un giorno passeggiando, uno di costoro chiamato Cesare ch'era commediante, vedendo l'altro pensoso: Quanto va, gli disse, che tu sei andato a confessarti, e perciò ti sei inquietato?
Senti (poi gli soggiunse), sappi che un giorno mi disse il Padre la Nusa che Dio mi dava 12 anni di vita, e che se io non mi emendava tra questo tempo, avrei fatta una mala morte.
Io ho camminato per tante parti del mondo, ho avute infermità, specialmente una che mi ridusse all'ultimo, ma in questo mese in cui si compiscono i 12 anni mi sento meglio che in tutto il tempo della vita mia.
 Indi l'invitò di venire a sentire il sabato una nuova commedia da lui composta. Or che avvenne? nel sabato, che fu a' 24 di novembre del 1668, mentre stava egli per uscire in iscena, gli venne una goccia, e morì di subito, spirando tra le braccia d'una donna anche commediante, e così finì la commedia.
Or veniamo a noi. Fratello mio, quando il demonio vi tenta a peccare di nuovo, se volete dannarvi, sta in arbitrio vostro il peccare, ma non dite allora, che volete salvarvi; mentre volete peccare, tenetevi per dannato, e figuratevi che allora Dio scriva la vostra condanna, e vi dica: "Quid ultra debui facere vineae meae, et non feci?" (Is 5,4). Ingrato, che più io dovea fare per te, e non ho fatto? Or via, giacché vuoi dannarti, sii dannato, è colpa tua.

Ma dirai: E la misericordia di Dio dov'è? Ahi misero, e non ti pare misericordia di Dio l'averti sopportato per tanti anni con tanti peccati? Tu dovresti startene sempre colla faccia a terra ringraziandolo e dicendo: "Misericordiae Domini, quia non sumus consumti" (Thren 3).
 Tu facendo un solo peccato mortale, hai commesso un delitto più grande, che se ti avessi posto sotto i piedi il primo monarca della terra; tu n'hai commessi tanti, che se l'ingiurie ch'hai fatte a Dio, l'avessi fatte ad un tuo fratello carnale, neppure ti avrebbe sopportato;
Dio non solo ti ha aspettato, ma ti ha chiamato tante volte, e ti ha invitato al perdono. "Quid ultra debui facere?". Se Dio avesse avuto bisogno di te, o se tu gli avessi fatto qualche gran favore, poteva egli usarti maggior pietà? Posto ciò, se tu di nuovo tornerai ad offenderlo, farai che tutta la sua pietà si muti in furore e castigo.

Se quella pianta di fico trovata dal padrone senza frutto, dopo l'anno concesso a coltivarla, neppure avesse renduto alcun frutto, chi mai avrebbe sperato che il Signore l'avesse dato più tempo e perdonato il taglio?
Senti dunque ciò che ti avverte S. Agostino: "O arbor infructuosa, dilata est securis, noli esse secura, amputaberis". Il castigo (dice il santo) ti è stato differito, ma non già tolto, se più ti abuserai della divina misericordia, "amputaberis", finalmente ti taglierà.
 Che vuoi aspettare, che proprio Dio ti mandi all'inferno? Ma se ti ci manda, già lo sai che non vi sarà poi più rimedio per te. Il Signore tace, ma non tace sempre; quando giunge il tempo della vendetta, non tace più. "Haec fecisti, et tacui. Existimasti inique, quod ero tui similis?
 Arguam te, et statuam contra faciem tuam" (Ps 49,21).

Ti metterà avanti le misericordie che ti ha usate, e farà ch'elle stesse ti giudichino e ti condannino.


Sant'Alfonso Maria dè Liguori  da "Apparecchio alla morte - Considerazioni sulle massime eterne"

 

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Attenzione alle citazioni da "bacio perugina" quando sono fatte da un Uomo della Chiesa

24.01.2013 10:20

 

Attenzione alle citazioni da "bacio perugina" quando sono fatte da un uomo della Chiesa

 

Solitamente non siamo disponibili a trattare articoli che parlino di qualcuno in particolare. Perché dunque facciamo in questo uno strappo alla regola?

Primo non essendo nostro compito giudicare le persone, infatti non lo faremo, abbiamo il dovere del discernimento; secondo perché in questo caso si parlerà non di un Cardinale di Santa Romana Chiesa in quanto tale, ma di ciò che insegna in funzione proprio al ruolo che ricopre che non è solo onori (e spesso potere), ma soprattutto onéri.

L'articolo risulterà lungo, ce ne scusiamo con i lettori, ma in verità sarebbero così due articoli che abbiamo ritenuto più valido non separare per una miglior comprensione della nostra identità cattolica.

Ci sono state inviate due citazioni attribuite al Cardinale in questione che riteniamo utili per un discernimento, sapendo di rendere un servizio ai fedeli della Chiesa in questo mare di sincretismi e confusioni, e poi perché abbiamo trovato un ulteriore commento sulle ambiguità di Ravasi illustrate dal sito Riscossa Cristiana, niente meno che sul Peccato Originale:

https://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2061:il-peccato-originale-secondo-il-card-ravasi-di-p-giovanni-cavalcoli-op&catid=61:vita-della-chiesa&Itemid=123

 

Veniamo alle due citazioni che ci sono state segnalate: la prima è stata ripresa dal quotidiano Avvenire del 2004, la seconda proviene dalle citazioni "spirituali" distribuite dalla Libreria del Santo, via rete, in questi giorni.

 

27 Ottobre 2004 - i propri errori

di mons. Ravasi

- Non ho mai conosciuto un uomo che, vedendo i propri errori, ne sapesse dar la colpa a se stesso.

- Gli errori dell’uomo lo fanno particolarmente amabile.

Ho messo insieme oggi due frasi di argomento analogo che avevo annotato durante letture differenti. La prima riflessione proviene dall’orizzonte lontano della Cina, da quel "maestro K’ung" che è stato latinizzato in Confucio (VI-V sec. a.C.). Dai suoi Lun Yü o "colloqui" ho, infatti, desunto una verità che siamo poco inclini a riconoscere.

Quando la vita ci dimostra che abbiamo sbagliato, a tutto siamo pronti, anche a giungere all’assurdo e al ridicolo, pur di non riconoscere che la colpa è nostra. Le scuse infantili addotte dal bambino sorpreso con le mani nella marmellata sono le stesse - certo, adattate e più sofisticate - che continuiamo a riproporre da adulti, pur di non confessare la nostra fragilità e responsabilità.

Il coraggio di confessare i propri errori ci farebbero più forti e più apprezzati, diceva Gandhi, ma è una strada scarsamente imboccata.

A questo punto viene bene la seconda frase tratta dalle Massime e riflessioni del grande Goethe. Gli errori rendono più umana ogni persona. Certo, sono sempre un limite, ma proprio per questo la fanno diventare più vicina a ognuno, più amabile e familiare. È per questo che, allora, riconoscere uno sbaglio con semplicità non è una vergogna ma un atto di dignità, capace di produrre simpatia. Anche perché, come diceva De Gaulle, «solo gli imbecilli non si sbagliano mai».

 

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Vogliamo subito precisare che sconsigliamo a tutti i fedeli la pessima abitudine in voga oggi e soprattutto nella rete, di fare delle meditazioni estrapolando singole frasi, specialmente non cattoliche e gettate lì, come fossero delle esche o baci perugina!

Noi siamo testimoni non di una parola qualsiasi, o delle parole altrui, ma della Parola-Verbo fatta carne, Incarnata e che si chiama Gesù Cristo!

Gli aneddoti, le singole frasi, possono tornare utili senza dubbio, ma non sono quella Parola per la quale siamo stati fatti cristiani, siamo stati chiamati a rendere testimonianza, come rammenta san Giovanni Battista, per la quale siamo chiamati al martirio. Lo stesso frasario dei Santi e del Magistero, deve portare alla fonte del testo integrale attraverso il quale, ogni lettore, deve essere invitato per una lettura integrale e meditata, soprattutto in sintonia con la Tradizione della Chiesa nella Dottrina.

 

Veniamo alla citazione riportata, la prima.

A prima vista l'intero passo appare innocuo, infatti esso contiene elementi del cosiddetto "esame di coscienza", ma ci sono alcuni punti sui quali è bene fare un discernimento più accurato per evitare un certo sincretismo e soprattutto la perdita inevitabile della nostra identità cattolica.

Ci sembra fuori luogo citare, per esempio, K'ung-Confucio con il termine di "maestro".

Ravasi dice di aver desunto, nel leggerlo, una verità "che siamo poco inclini a riconoscere", e prosegue con la spiegazione.

Non sappiamo se mons. Ravasi parlasse per se stesso, forse voleva sottolineare la sua esperienza personale quando dice: " siamo pronti, anche a giungere all’assurdo e al ridicolo, pur di non riconoscere che la colpa è nostra..."

Non serviva citare Confucio come "maestro" per dire una ovvietà insegnata da sempre nella Chiesa e che ci rimanda al famoso "esame di coscienza" e che ritroviamo oggi persino in centinaia di libretti o foglietti distribuiti dalla CEI per accompagnare gli Atti penitenziali comunitari.

C'è forse nella frase il famoso "senso di colpa" castrante per il quale dedicheremo più avanti un articolo a parte.

Il punto non è di confessare o meno i propri peccati ma, come abbiamo dimostrato nell'articolo precedente, è quello di trovare un Sacerdote capace di riconoscere quali sono questi peccati, aiutare il fedele a tirarli fuori e saper distinguere quelli veniali da quelli mortali, e questo Confucio non lo insegna.

Un'altra strada "scarsamente imboccata", secondo Ravasi, è quella di Gandhi : " Il coraggio di confessare i propri errori ci farebbero più forti e più apprezzati", è sicuro Ravasi che nessun Santo né la Chiesa abbiano mai insegnato questo tanto da poter fare citazioni cattoliche?

A parte il fatto che il primo ad indicarci questa strada è il famoso Decalogo, tra i suoi articoli troviamo l'Ottavo "Non dire falsa testimonianza" dentro al quale riscontriamo il valore di questo coraggio. Quante bugie piccole o grandi finiamo per dire ogni giorno, pur di non riconoscere la nostra responsabilità a noi stessi e fino a coinvolgere gli altri? Quante volte pur di non confessare i nostri errori attribuiamo al Papa o alla Chiesa odi, rancori, fobie varie, fino a pretendere che sia la Chiesa a cambiare e non noi?

Cosa può insegnarci di più un Confucio o un Gandhi che la Chiesa non abbia già sperimentato su se stessa e che ci abbia offerto quale strada sicura per esercitare tutte le virtù? Non siamo forse "noi" battezzati che possiamo e dobbiamo "insegnare" qualcosa a coloro che non la conoscono? A cosa serve l'Anno della Fede? e a cosa serve la sollecitazione ad andare e ad evangelizzare? E come mai i seguaci di Confucio o Gandhi non convergono ad abbracciare Cristo se bastasse solo questo "coraggio" o questo "diventare simpatici, apprezzati"?

Nel Nuovo Testamento troviamo diversi concetti o espressioni riferiti a Cristo in maniera assoluta:

Vi si dice: uno solo è il vostro Maestro; uno solo è il Padre vostro; uno solo è buono; uno solo è il Mediatore; Tu solo sei Santo; un solo Sacerdote; solo Cristo è il Figlio di Dio; solo Cristo è il Capo; solo Cristo è la roccia....

Tuttavia nello stesso Nuovo Testamento, troviamo invece che tali titoli sono talvolta riferiti anche ad altre persone, mentre sembrava che la Scrittura lo escludesse perentoriamente. Troviamo infatti:

da 1 Cor.12,28 - Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri;

si legga anche  Efesini 4,11 e ancora 1Timoteo 2.

Ma non basta, leggiamo ancora che anche il termine "padre" era ugualmente attribuito dagli apostoli non soltanto a Dio ma anche a determinati uomini;

1 Cor.4,15 - Potreste infatti avere anche, diecimila maestri in Cristo, ma non certo molti padri, perché  sono io che vi ho generato in Cristo Gesù , mediante il vangelo.

In tale testo San Paolo addita se stesso quale "padre" spirituale dei Corinti senza nessuna possibilità di fraintendimento.

E' chiaro quindi, dai testi sopra citati, che il termine "maestro" era comunemente attribuito a degli uomini da parte degli Apostoli stessi nonostante Gesù avesse detto di non chiamare nessuno in tal modo. Perché?

Qual'é  la deduzione logica di tutte queste apparenti contraddizioni di termini (noi abbiamo solo sondato quelli relativi al termine maestro) che si può trarre dalla Scrittura?

Vediamola:

Cristo è "roccia, Figlio di Dio, Sacerdote, santo, buono, giusto, capo, maestro, mediatore", ecc... per definizione, essenza e pienezza propria, in senso assoluto e soprattutto unico mentre, in funzione proprio della sua unicità e in virtù dei diversi "mandati", altri ricevono - in senso appunto "derivato" - dal Cristo per partecipazione e in funzione di Lui: per Cristo, con Cristo ed in Cristo: non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi.

E per fare cosa? per "ammaestrare" l'uomo di ogni tempo e condurlo a Cristo che è la sola ed unica Via, Verità e Vita.

Ecco dunque perché si attribuiscono quei termini anche agli uomini che agiscono, però, in nome e per conto di Cristo quali facenti le sue funzioni, alcuni come sacerdoti, altri come maestri e padri, altri come capi, altri come santi oppure ancora come intercessori, come spiega san Paolo: sempre e solo grazie al fondamento che è e resta solo CRISTO, senza del quale nessuna di quelle funzioni avrebbe senso né motivo di essere, né alcun fondamento.

Occorre dunque ben discernere nella Scrittura l'uso dei termini in  senso assoluto da quelli di senso relativo.

Citare un Confucio additandolo come "maestro" di qualche cosa che è una delle identità dell'essere cristiano in quanto ci porta a confessare i nostri peccati a Dio, è relativismo che offusca il Cristo stesso essendo questi il fondatore di un altra religione che non è quella Cristiana. Gandhi ha predicato forse il Cristo morto e risorto e vera Via e Verità della autentica non-violenza?

Rispettare le altre religioni significa proprio non usare i loro fondatori come maestri, rispettarli nella loro cultura, dialoghiamo anche con queste, ma non possiamo usarle come "maestri" guide, strade da intraprendere....

E' davvero umiliante, scoraggiante che un cardinale della Chiesa anzichè parlarci di Cristo e dei Santi, trovare dalla Parola vera la strada da percorrere, ci addita il fondatore di un altra fede come esempio di "maestro".

E le miriadi di Santi e Dottori che abbiamo nella Chiesa con i loro scritti dove stanno? Perchè non citare, su questo argomento della coscienza e della Confessione san Pier Damiani che proprio per questo divenne Dottore della Chiesa?

Siamo giunti al paradosso che i cardinali della Chiesa debbono fare proselitismo alle altre fedi?

Se facessimo un sondaggio tra i cristiani scopriremmo che molti di loro conoscono più Gandhi di un san Pier Damiani!

Infine, ciliegina sulla torta, conclude così il suo pensiero:

"È per questo che, allora, riconoscere uno sbaglio con semplicità non è una vergogna ma un atto di dignità, capace di produrre simpatia. Anche perché, come diceva De Gaulle, «solo gli imbecilli non si sbagliano mai»".

 

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Provocazione per provocazione, non se ne abbia male Ravasi se ci auguriamo che la Vergine Maria, Theotokos, la Tuttapura, non sia in questo loro elenco, visto che per la dottrina Cattolica Ella non ha mai sbagliato!

Ecco una delle frasi ad effetto da evitare, frase inutile e da bacio perugina, indegna per un principe di Santa Romana Chiesa.

Possiamo comprendere le citazioni fatte dai Baci Perugina, fanno anche piacere leggerle mentre si mangia in buona compagnia un cioccolatino, ma diventano inaccettabili se fatte da un Prelato della Chiesa.

Attenzione dunque, perché un conto è riconoscere uno sbaglio, altra cosa è parlare di PECCATO. Il Peccato non è un semplice "sbaglio", semmai uno sbaglio può produrre, provocare, generare un peccato veniale o mortale. In questo caso, usare la parola "sbaglio" quando prima si è parlato di peccato, si finisce con il diluire il senso del peccato stesso.

Sbagliare infatti vuol dire "prendere un abbaglio; mancanza di osservazione; non badare; scambiare qualcosa" e tutti noi, chi più o chi meno, ha preso nella vita un abbaglio! Peccare invece è compiere una determinata azione, un atto (pensieri, parole, opere ed omissioni) in contrasto con ciò che è definito un bene; compiere un male", e ci sono persone che nella propria vita non hanno mai commesso un peccato mortale dopo aver ricevuto il Battesimo.

Dovremmo, per principio, senza dubbio desiderare di essere, un pò tutti, quegli "imbecilli" che non peccano mai, ma come rammenta l'Apostolo ai Romani 7:

"Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto.

16 Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; 17 quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me.

18 Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19 infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.

20 Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me.

21 Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. 22 Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, 23 ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra.

24 Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? 25 Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato".

 

San Paolo ci spiega l'origine di ciò che poi definisce la "buona battaglia" che infatti non è contro le persone, ma contro gli spiriti del male che tendono a trascinarci con loro. Qui egli estrae fuori dal problema la causa che è la concupiscenza che proviene dal Peccato Originale il quale, seppur debellato con il Battesimo, non è annullato negli effetti devastanti che produce, per debellare i quali occorre la volontà dell'uomo arricchita dalla grazia dei Sacramenti senza i quali nessuna battaglia potrebbe essere vinta. San Paolo infatti pur denunciando il suo stato che è anche quello nostro, si forzerà di vivere in Cristo vincendo, come dirà alla fine, la propria battaglia "conservando la fede"; la Grazia è un germe di vita divina che entra dentro l’uomo, si nutre e viene alimentata dai Sacramenti, lo rende partecipe della natura divina, lo purifica e lo santifica. San Giovanni dice che “un germe divino dimora in lui” (1Gv 3,9).

E' per questo che nessuna religione all'infuori di quella Cattolica porta come testimoni i Santi.

 

 

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Veniamo alla seconda frase da bacio perugina:

Citazione di spiritualità del giorno - attribuita a Ravasi:

"La santità non è vocazione privilegiata per mistici ma lo sbocco naturale della fede e dell’amore di ogni credente. Bisogna togliere, perciò, dalla santità cristiana quel velo di eccentricità, di esasperazione, di “anormalità” che ha alimentato secoli di agiografia e di predicazione".

 

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Il concetto in sé non è sbagliato, tutti i battezzati sono chiamati alla santità e tutti i non battezzati sono chiamati, invitati, sollecitati ad intraprendere quell'unica Via (=Gesù il Signore) che conduce all'eternità, non esistono altre "porte".

Quindi se è vero come leggiamo che la santità è lo sbocco naturale della fede, è falso che  a questa si dovrebbe togliere il senso di "anormalità e persino di "eccentricità" che la contraddistingue, piuttosto, da quell'essere "del mondo" che aborrisce la santità delle persone.

E' vero che possiamo comprendere in senso positivo questi avvisi dal momento che un santo non è un extraterrestre, non è un eccentrico, ma un santo è "anormale" agli occhi del mondo, e la sua "eccentricità" produce conversioni, ed è segno di contraddizione come dice il Vangelo. Naturalmente occorre avere una giusta devozione ed un corretto uso del culto dei Santi per non rischiare l'idolatria, rischiando una eccentricità non sul Cristo che cambia la persona, ma sulla figura del santo più o meno simpatica o antipatica.

La frase ad effetto attribuita a Ravasi (e probabilmente estrapolata dal contesto di cui è bene tenere conto, quindi ci riferiamo esclusivamente alla frase come la leggiamo non avendo trovato il testo integrale) è una grave ingiustizia nei confronti dei Martiri, delle migliaia di Cristiani oggi perseguitati nel mondo, uccisi in odio alla fede che professano, che è anormalità ed eccentricità per i nostri nemici.

Senza una sana eccentricità, anormalità e persino senza un privilegio che ci deriva dalla grazia "io ho scelto voi", chi ce lo fa fare ad essere cattolici perseguitati nel mondo e chi ce lo farebbe fare di morire in nome di Cristo?

Gli eroi in battaglia, non muoiono forse per una eccentricità del proprio ideale?

"Il tuo vanto, Israele, sulle tue alture giace trafitto! Perché sono caduti gli eroi?" (2Samuele 1,19)

E quando san Paolo cita gli atleti quali eroi dello sport, non sono forse essi motivati da un talento privilegiato che li spinge a dure prove per vincere la medaglia?

Senza motivazione non si vince alcuna battaglia.

 

Una volta santa Teresa d'Avila, giusto per citare una mistica, mentre pregava e tribolava per le dure prove e tentazioni, chiede a Gesù:

- Signore, come tratti duramente chi ti ama! E' davvero difficile seguirti sulla Croce...

Gesù la consola rispondendole:

- Ma io è così che tratto i miei amici....

santa Teresa che aveva l'umorismo tipico dei Santi, risponde a getto:

- Ora capisco perché ne hai così pochi!

 

San Paolo ai Galati cap. 2 dice chiaramente:

19 In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio.

20 Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me..."

Senza il giusto senso di eccentricità, esasperazione, anormalità, non ci sarebbe possibile far nostre le affermazioni di Paolo. Chi infatti potrebbe dire " non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" senza rischiare la superbia, l'orgoglio, un centrismo scorretto?

E' Paolo stesso che ci fornisce un elenco nel quale la parola VANTO è quella eccentricità corretta che sprona gli animi alla conversione fino al martirio:

2Corinzi 8,24

Date dunque a loro la prova del vostro affetto e della legittimità del nostro vanto per voi davanti a tutte le Chiese

1Corinzi 9,16

Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!

1Corinzi 15,31

Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore!

2Corinzi 1,12

Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio.

2Corinzi 11,10

Com'è vero che c'è la verità di Cristo in me, nessuno mi toglierà questo vanto.

Galati 6,14

Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.

 

Più severi sono gli esempi di Gesù in Matteo cap. 8 dove dice:

7 Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! 8 Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. 9 E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco. 10 Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. 11 [È venuto infatti il Figlio dell'uomo a salvare ciò che era perduto].

***

Non è forse questa comprensione un privilegio, una eccentricità agli occhi del mondo, una esasperazione per chi nega il senso del peccato?

Se questa non è eccentricità, "esasperazione" per il modo in cui Paolo ripete gli stessi appelli, "vocazione privilegiata" visto che Gesù dice "non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi", se non è questa una "anormalità" davanti al pensare del mondo, possiamo chiederci, con tutto il rispetto, in quale mondo vive Ravasi!

Perché nella Preghiera quotidiana diciamo: "Ti ringrazio di avermi fatto cristiano"?

La frase attribuita a Ravasi (e, lo ricordiamo, estrapolata probabilmente da un contesto più ampio che potrebbe, letto integralmente, raggiungere invece lo scopo che stiamo sottolineando), va colta nella sua giusta dimensione in cui è san Paolo a spiegarlo: " non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo ", diversamente è di fatto un appiattimento dell'eroicità dei santi, dei martiri e dei mistici.

Senza dubbio che il Signore offre a tutti questa strada, ma è anche senza dubbio che la Chiesa stessa quando conclude un processo canonico di beatificazione e di canonizzazione, parla di eroicità, parla di una vocazione privilegiata offerta a quel tale candidato e di come questi abbia saputo coglierla e renderla fruttuosa; parla di una certa "eccentricità" senza la quale nessun Santo sarebbe riconoscibile da chi non lo è; e parla di una certa "anormalità" che in virtù della grazia è il santo stesso che la rende "normale" sposandola come stile di vita e vivendola nella quotidianità.

 

In conclusione, perché tutte queste parole per spiegare poche frasi che potrebbero interpretarsi anche in modo più innocente?

Perché stiamo perdendo la nostra identità cattolica!

Perché non sentiamo più citare i Santi per diventare Cattolici e seguire Cristo; non sentiamo più parlare di unicità della nostra fede in Cristo; perché parlare di eccentricità o anormalità sembra ora addirittura una offesa; perché ci sembra che un certo ecumenismo e certo dialogo interreligioso ci stia facendo perdere davvero il senso del "chi siamo", il fatto di essere stati "chiamati" da Cristo per un progetto ecclesiale e nella Chiesa. La maggior parte del testo non contiene opinioni personali, ma la Parola del Signore.

Volevano forse essere "eccentrici" san Padre Pio, o una beata Madre Teresa di Calcutta? Possiamo davvero considerare "normale come la nostra" la vita vissuta da san Padre Pio?

Siamo all'ennesimo dubbio, inganno, sincretismo e ambiguità: siamo tutti uguali: Confucio, Gandhi, Martin Luther King, San Paolo, Santa Teresina, tutti uguali! Tutti sullo stesso piano.

Non è vero! è falso!!

L'uguaglianza che condividiamo è quell'essere figli dell'Unico Padre; amati e redenti dall'Unico Figlio e tutti bisognosi di essere salvati e graziati, tutti abbiamo bisogno di Cristo per diventare eredi dell'eternità beata, santi.

Ma non condividiamo l'uguaglianza nei ruoli che altro non sarebbe l'appiattimento delle "opere meravigliose" e diverse che Dio compie a cominciare da Maria Santissima e di come lo canta nel Magnificat "grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente - d'ora in poi tutte le generazioni mi diranno beata", in modo diverso in ognuno, specialmente verso coloro che "chiamati" sanno generosamente rispondere diventando SCANDALO per il mondo; "anormalità, eccentricità" attraverso la quale far risplendere Lui, Gesù Cristo nostro Signore; facendo proprio il Magnificat e poter dire, ognuno di noi al termine di questa corsa: grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente, Santo è il Suo Nome.

"Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione " (2Tim.4,6-8)

A proposito di questo passo, così lo spiega san Giovanni Crisostomo:

"Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva. Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1,23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancora più necessaria.

 L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda.

 Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli ed i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: « Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema? » (2Cor 11,29).

 Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi".

(Dalle « Omelie » di san Giovanni Crisostomo, vescovo - Om. 2, Panegirico di san Paolo; PG 50,480-484 - Ho combattuto la buona battaglia).

 

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Potere clericale modernista nel Confessionale

21.01.2013 13:44

 

Potere clericale modernista nel Confessionale

 

Senza perdere tempo con provocazioni sterili, vogliamo entrare nel vivo di alcune affermazioni che da dopo il Concilio sono diventate quasi una nuova normativa,  persino dottrinale, nella Chiesa.

Non è raro sentire affermare da certi relatori, presbiteri o laici, in varie occasioni di incontri diocesani, catechetici o parrocchiani, che il concetto di "peccato mortale" è venuto meno, non esiste più, che tutti i peccati sono uguali o, nella peggiore dei casi, che tutti i peccati sono uguali e quindi tutti veniali, tutti perdonabili senza il necessario ricorso al confessionale, che è sufficiente confessarsi solo una volta all'anno e che in qualsiasi condizione è possibile ricevere l'Eucaristia avendo partecipato all'atto penitenziale: l'importante è credere, avere fede in Dio buono e misericordioso che tutto perdona. Una coscienza pentita è già una coscienza perdonata.

Naturalmente le gravi conseguenze di queste idee si ripercuotono poi su tutta un'altra serie di situazioni quali, ad esempio, i divorziati risposati, o chi ha persino abortito, limitando tali colpe a piccoli peccati veniali dei quali basta pentirsi per essere a posto con la coscienza, pur rimanendo nello stato di peccato riguardo agli adulteri e non riparando il danno fatto con l'aborto, e ricevere ugualmente l'Eucaristia.

Vi ricordiamo che fu il Protestantesimo a mettere in dubbio il Sacramento della Confessione e ad eliminarlo quando soppresse il Sacerdozio ministeriale.

 

Perché parliamo di "potere clericale modernista"?

Al di là della santa provocazione, una volta il Sacerdote nel Confessionale non esprimeva le proprie opinioni a riguardo delle materie da assolvere o ritenere, della penitenza da dare, del peso di una scomunica (ipso-facto) quale è ancora oggi, per esempio, quella che grava su chi ha abortito o favorito o addirittura fatto materialmente in quanto medico convinto che abortire non sia un peccato mortale.

Così come quella che grava sui divorziati risposati ai quali non pochi sacerdoti danno la Comunione perché convinti che ciò sia un bene: da non confondere con i separati o divorziati non risposati e non conviventi i quali, se appunto vivono soli perché consapevoli della loro situazione anomala e non responsabili del divorzio, ma che lo hanno subito, e che dunque vivono la propria vita nei Dieci Comandamenti, nell'autentico sacro timor di Dio (che è uno dei sette doni dello Spirito Santo) e nella gratuità di un amore che prevede anche la solitudine, possono ricevere la Comunione.

Oggi, invece, certo potere modernista ha spinto non pochi Sacerdoti ad usare il Confessionale quale mezzo per esprimere le proprie opinioni in campo etico e morale e su queste opinioni stabilire l'assoluzione. Una assoluzione basata sulla fede del fai da te e non più sui Comandamenti, non più sulla sana dottrina oppure, anche se i Comandamenti vengono usati, questi sono  interpretati a seconda del pensiero del mondo, delle maggioranze, democraticamente, o con il politicamente "corretto". E' in questo senso che parliamo di un "potere clericale" inaccettabile.

Questi Sacerdoti non si pongono neppure il dubbio se ciò che fanno è bene o male, ma hanno proprio scambiato il male per un bene, così come ci aveva ammonito il Profeta Isaia: "Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro" (5,20). Nessun Sacerdote ha il diritto di stravolgere la Verità usando il Confessionale, Essi sono chiamati a giudicare il peccato (non il peccatore) non in base alle loro opinioni ma sulla base dei Comandamenti, del Vangelo quando Gesù dice all'adultera: "và e non peccare più!", in base alle Norme della Chiesa dalla quale hanno ricevuto il mandato.

Trattandosi di Sacerdoti mandati non per esprimere le proprie opinioni ma i comandi divini, si chiama abuso di potere, come ebbe a dire Giovanni Paolo II quando denunciava l'esplosione dei cosiddetti "atti penitenziali" in sostituzione delle confessioni personali.

Ed è un "potere modernista" che certo Clero usa oggi gettando non soltanto nella confusione il fedele, ma stravolgendo la dottrina della Chiesa che non è mai mutata, rovinando migliaia di anime che sono morte, muoiono, o stanno morendo in un grave stato di peccato mortale spaventoso, nel silenzio compiacente di questi Giuda!

Certo, sappiamo che la misericordia di Dio è superiore a tutto e legge i cuori delle persone, ma sappiamo anche che Egli è Giudice e che se ci saranno anime dannate per queste inadempienze, coloro che si sono resi responsabili di tale situazione, pagheranno assai più duramente il loro tradimento o silenzi (cfr, Ez. 3,18-21).

L'Atto penitenziale, con il quale si comincia la Messa e attraverso il quale si fanno degli incontri con i fedeli in alcuni Tempi forti liturgici come l'Avvento, la Quaresima o nella Settimana Santa, è sufficiente solo per i peccati veniali ma non sostituisce l'assoluzione se uno non ha ancora confessato i peccati mortali, semmai prepara il fedele proprio alla vera e piena Confessione.

La Confessione è strettamente associata alla ricezione della Comunione Eucaristica, troppi nel Clero oggi dimostrano non soltanto di non conoscere una adeguata preparazione di teologia morale corretta, ma dimostrano piuttosto una avanzata e superba pretesa di poter officiare a tale ministero a seconda delle proprie convinzioni, agendo liberamente e con perversa coscienza ben sapendo di agire contro la dottrina della Chiesa, assumendo l'orgogliosa pretesa di essere "più buoni della Chiesa" stessa, e di assolvere così tutti, a prescindere dalle colpe personali e dal loro peso.

Così esordiva Giovanni Paolo II nella sua ultima Enciclica: "San Giovanni Crisostomo, con la forza della sua eloquenza, esortava i fedeli: «Anch’io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi».

In questa linea giustamente il CCC (n. 1385) stabilisce: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione».

Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, «si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale»”

(Giovanni Paolo II  da Ecclesia de Eucharistia 36).

Leggiamo da un bravo sacerdote questo breve:

"Può sembrare duro san Giovanni Crisostomo, ma non fa altro che riprendere le parole severe di san Paolo in  1 Cor 11,27-30: “Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.

È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti”.

L’autorevole Bibbia di Gerusalemme commenta quest’ultimo versetto con le seguenti parole: “Paolo interpreta un’epidemia come una punizione divina per la mancanza di carità che ha reso l’eucaristia impossibile” ".

 

Quindi, se uno è inconscio di essere in uno stato di peccato mortale che deve fare? Cosa succede?

Intanto se questa persona non va al confessionale a dire i suoi peccati, come potrà essere in grado di comprendere se si trova in uno stato di peccato mortale o meno?

Dice Giovanni Paolo II nell'Enciclica sopra citata:

"Se poi il cristiano ha sulla coscienza il peso di un peccato grave, allora l'itinerario di penitenza attraverso il sacramento della Riconciliazione diventa via obbligata per accedere alla piena partecipazione al Sacrificio eucaristico".

Ecco una delle grandi responsabilità di Sacerdoti impreparati o persino traditori del proprio ministero loro affidato. Devono essere loro per primi a sollecitare i fedeli con le catechesi, le omelie domenicali, persino il dialogo e l'amicizia, a fare ricorso al confessionale, devono essere loro per primi a fare l'elenco dei peccati mortali che si trovano nel Catechismo e in tutto il Magistero della Chiesa.

E' difficile dire poi che la persona che frequenta la Chiesa e va alla Messa e magari pretende anche l'Eucaristia non sia cosciente di trovarsi, più o meno, in un grave stato di peccato mortale, basta leggere i Dieci Comandamenti la cui disobbedienza ed ostinata ribellione ad uno solo di questi, conduce in uno stato grave di allontanamento da Dio (= allontanamento da Dio: peccato = stato grave: mortale), qui si rileva semmai il silenzio dei Sacerdoti sul valore di questi Comandamenti e l'ignoranza di quei fedeli che non solo non li conoscono, ma spesso ne ignorano il senso o vi attribuiscono interpretazioni blande, mischiate a certa informazione mediatica, o spesso anche contro le dichiarazioni del Sommo Pontefice.

L'ignoranza poi non è affatto una giustificazione né una scusante e le parole di San Paolo sono chiare:

"È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2Cor..5, 19-20).

Lo si deduce dal fatto che quando si parla poi a questi fedeli o Sacerdoti dell'esistenza del peccato mortale, dell'Inferno eterno, di un Giudizio divino, non stanno ad ascoltare, ma si ribellano, rifiutano la vera interpretazione e si ostinano a perseguire ciò che a loro piace di sentirsi dire, attribuendo il tutto al Concilio quale nuovo magistero che avrebbe modificato così tutte le dottrine.

Dice Sant’Agostino a proposito di quelli che pensavano che fosse sufficiente la riconciliazione interiore (Atto penitenziale) senza Sacramento della Penitenza: “Nessuno dica: ‘Faccio la Penitenza privatamente, per conto mio, di fronte a Dio’, e ‘il Dio che perdona conosce quello che compio nel cuore’. Dio allora avrebbe detto senza motivo: ‘ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in cielo!’. Così come senza motivo avrebbe consegnato le chiavi del regno di Dio alla Chiesa! Si può rendere vano il Vangelo? Si possono rendere vane le parole di Cristo?” (Sermone 392, 3).

Nel n. 212 del Compendio del CC, alla domanda: In che cosa consiste l'inferno?

leggiamo la seguente risposta:

"Consiste nella dannazione eterna di quanti muoiono per libera scelta in peccato mortale".

E al n. 291 alla domanda: Che cosa si richiede per ricevere la santa Comunione?

leggiamo:

"Per ricevere la santa Comunione si deve essere pienamente incorporati alla Chiesa cattolica ed essere in stato di grazia, cioè senza coscienza di peccato mortale. Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione...."

Non è alla leggera che la Madre Chiesa insegna che normalmente il buon cristiano si confessa ogni mese (i Santi consigliano anche una volta la settimana o ogni 15 gg. specialmente se si è seguiti da un buon Confessore e si sta percorrendo un cammino di conversione). Ma certamente una volta all’anno.

Meno di questo cosa si pretende?

Per una breve distinzione tratta dal Compendio (C.CCC) circa il peccato mortale ed il peccato veniale, si legga qui: https://www.maranatha.it/rituale/23page.htm

Si veda sul Catechismo della Chiesa Cattolica con precisione i vari tipi di azioni che costituiscono, se realizzate con piena avvertenza e deliberato consenso, peccato grave.

Se volessimo fare un elenco non esaustivo potremmo dire che sono peccati gravi/mortali i seguenti atti:

idolatria, magia, stregoneria, occultismo, ateismo, astrologia, avversione e persecuzione e diffamazione verso la Chiesa Cattolica (questi puniti con la scomunica latae sententiae), spergiurare su Dio, omicidio, suicidio assistito, eutanasia, suicidio, aborto (questo punito con la scomunica latae sententiae), violenza sessuale sui minori, e cultura pedofila in genere, atti sessuali fuori dal Matrimonio Cattolico, convivenza more uxorio, atti sessuali disordinati all’interno del Matrimonio Cattolico, adulterio, contraccezione, prostituzione, atti omosessuali, visione e detenzione di materiale pornografico, masturbazione, furto (tale peccato viene assolto solo con la restituzione del mal tolto), diffamazione, odio, mancanza di perdono, bugia dannosa,  calunnia, riduzione in schiavitù.

 

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"Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo". (Benedetto XVI Messaggio per la Quaresima 2012)

Ma diverse sono le obiezioni scatenate dal Protestantesimo che fu il primo ad attaccare i Sacramenti della Chiesa e in specie la Confessione. L'accusa Protestante partiva dal falso concetto che la Confessione servisse alla Chiesa per tenere sotto schiavitù le anime ignoranti, sotto come ad un ricatto morale essendo il Sacerdote venuto a conoscenza dei suoi peccati più oscuri. Dunque la Chiesa avrebbe inventato questo Sacramento per scopo di lucro.

Rispondiamo brevemente per un dovere verso i lettori e della verità:

che il Divino Redentore abbia dato alla Sua Santa Chiesa il "potere" di rimettere i peccati, dando l'avvio così a ciò che è chiamato Sacramento, lo dicono le Sacre Scritture, lo conferma la S. Tradizione e la Chiesa da sempre lo insegna.

Ogni perdono poteva venire solo da Dio attraverso il sacrificio espiatorio, lo ribadisce la Scrittura: "Ego, ego sum ipse, qui deleo iniquitates tuas propter me et peccatorum tuorum non recordabor. / Io, io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati." (Is.43,25), tale remissione è la necessità che Dio stesso avverte come urgente "per riguardo a Lui stesso", ma per essere "rimessi", poiché nessuno può toglierseli da se stesso, è necessario che questi peccati vengano confessati, pronunciati, riconosciuti dal penitente e da lui deve essere richiesta la rimozione, poi il Signore Dio nella Sua infinita misericordia e "per riguardo a Se stesso", si prodigherà alla remissione per mezzo dei Suoi Ministri e del Sacrificio espiatorio che è la Santa Messa.

Le accuse o le obiezioni rivolte alla Chiesa furono, per la verità, già rivolte a Nostro Signore, agli occhi degli scribi infatti, attribuirsi un tale potere di rimettere i peccati, era una gravissima bestemmia, che doveva essere punita con la pena capitale (come dicono Levitico 24,11 e Numeri 15,30), ma Gesù risponde adeguatamente all'accusa, con una dimostrazione tipica del modo di pensare giudaico e ben descritto nel Vangelo di S. Marco capitolo 1 vv.17-45 ed anche nel capitolo 2.

"Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua" (Mc.2,9-11).

Questo potere il Signore consegna, comanda ai Suoi Apostoli:

" Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv.20,21-23), è la "potestà" in terra di rimettere i peccati a cominciare dal Battesimo che è una prima remissione, per poi continuare ad insegnare tutto ciò che Lui ha comandato di fare, compresa questa remissione: " docentes eos servare omnia, quaecumque mandavi vobis  /  insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt.28,20), e poiché è compresa questa remissione dei peccati, e che essi ebbero dal loro Maestro la facoltà non solo di rimettere ma pur anche di ritenere, risulta con tutta verità che Gesù conferì loro la potestà  di giudicare dei peccati, evidenziarne la gravità e perdonarli, rimetterli, o persino di "ritenerli non rimessi", secondo le disposizioni d'animo dei peccatori, ossia il rifiuto al pentimento e l'ostinazione a voler continuare a commetterli, e questo proprio "per riguardo a Se stesso" e quindi all'uomo del quale ha voluto assumerne l'umanità per redimerla.

La potestà non è altro che l'atto solenne della insufflazione dello Spirito Santo che rende pratico, vivo e vero ogni Sacramento affidato però alla Chiesa e non a chiunque, non a tutti i battezzati, ma solo agli "amministratori dei misteri di Dio" (1Cor.4); quel "creare di nuovo" che avviene per mezzo dello Spirito Santo, Gesù infatti non ha solo il potere di rivelare il male o ciò che è male, ma Egli si rivela quale Redentore dell'uomo malato, Salvatore e Medico delle Anime, e di questa Redenzione abilita gli Apostoli raccomandando: "Et si quis audierit verba mea et non custodierit, ego non iudico eum; non enim veni, ut iudicem mundum, sed ut salvificem mundum.  / Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo"(Gv.12,47), la Confessione è dunque necessaria, fondamentale, indispensabile a coloro che vogliono salvarsi, chi non vuole salvarsi non va al confessionale e non cerca il perdono di Dio, si esclude dalla salvezza. Per questo è necessaria l'evangelizzazione, per questo sono necessari Sacerdoti obbedienti e che non usino il Confessionale per le loro opinioni: sono le parole di Gesù e la Parola nei Dieci Comandamenti che devono essere trasmessi ed usati per stabilire la conoscenza del male che conduce al peccato!

In tutta la S. Scrittura il concetto di "condanna" deriva dalla scelta dell'uomo quando accetta il risanamento, e allora è salvo, oppure lo rifiuta e allora si condanna da sé. Non c'è bisogno che Gesù lo condanni, egli si esclude dalla Salvezza. Per condannare l'uomo, infatti, non c'era bisogno che il Divin Verbo s'Incarnasse, l'uomo si era già condannato con il primo Adamo. Per salvare l'uomo era necessario, invece, l'intervento di Dio non potendosi, l'uomo, risollevarsi da solo dal grave peccato. "Dio infatti – scrive S. Giovanni – non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3,17).

Così ammonisce S. Paolo esprimendo la misericordia della remissione e l'avvertimento del "ritenere": " L'ho detto prima e lo ripeto ora, allora presente per la seconda volta e ora assente, a tutti quelli che hanno peccato e a tutti gli altri: quando verrò di nuovo non perdonerò più, dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me, lui che non è debole, ma potente in mezzo a voi" (2Cor.13,2-3) è così che la reticenza e l'essere reprobi è una debolezza imperdonabile.

Quanto ai Santi Padri e Dottori della Chiesa, di tutti i tempi, fanno testimonianza in tutti gli insegnamenti della potestà data da Gesù Cristo alla sua Chiesa di giudicare dei peccati e giammai le persone in quanto schiavi delle debolezze.

S. Clemente Romano, già discepolo e compagno di S. Paolo, esorta quelli che avevano promosso i disordini nella chiesa di Corinto, di ravvedersi e di rimanere soggetti ai presbiteri, ed a venir corretti per mezzo della penitenza (Epist. ad Cor. S. Clem. Rom. n.57). E via a seguire con S. Ireneo, Vescovo di Lione nel secondo secolo, S. Cipriano, che ha sviluppato ampiamente, il sistema della penitenza, fino ad arrivare al Concilio di Trento in cui la Chiesa definì che la Penitenza è un vero Sacramento istituito da Gesù Cristo e che le parole del Redentore sopra riportate di S. Matteo cap. 28, sono da intendersi della potestà di rimettere e di ritenere i peccati nel Sacramento stesso della Penitenza o Riconciliazione (S.Conc. Thrid. Sess.XIV can.1).

In definitiva, affinché i peccati possano essere rimossi dalla penitenza, è necessario che il peccatore, il penitente, li detesti facendosi aiutare dai seguenti passaggi che costituiscono la "forma" del Sacramento:

a. contrizione: per mezzo della quale il peccatore si assoggetta all'azione del Sacramento e non alle opinioni personali del Sacerdote;

b. confessione: che per quanto sta al peccatore ripari al male che ha fatto senza omettere alcun peccato, specialmente se mortale;

c. soddisfazione: che è la materia prossima del Sacramento, dopo aver fatto la contrizione e la confessione, è necessaria la soddisfazione, la riparazione del danno fatto.

Detto in parole brevi:

- La Contrizione:

detestare non se stessi ma i peccati commessi, significa proprio aver compreso ciò che ci separava da Dio, e contristarsi per questa separazione e così poter ritornare a Dio.

- La Confessione:

la Confessione è una conseguenza necessaria della potestà concessa da Nostro Signore Gesù Cristo agli Apostoli di giudicare dei peccati, perché per sapere quali potevano essere rimessi e quelli che non potevano essere rimessi subito, dovevano necessariamente conoscerli, né era possibile altrimenti che il peccatore fosse in grado di riconoscerli e confessarli.

- La Soddisfazione (delle pene colla penitenza):

per comprendere che cosa significa questa Soddisfazione, basta sapere che nel Sacramento del Battesimo si rimettono tutte le colpe e tutte le pene in maniera che, pei peccati commessi prima di riceverlo, nessuno è obbligato a soddisfare, non così nel Sacramento della Penitenza perché se è vero che il Signore Dio nella Sua infinita misericordia rimette la colpa ed apre al peccatore la via del perdono, la Divina Giustizia esige che, com'egli colla sua attività personale, peccaminosa, distrusse l'opera della Redenzione, così colla sua personale attività dovrà concorrere al suo ristabilimento, assaporando anch'egli il "calice amaro della passione" che il Divino Redentore bevve per la nostra salvezza.

Questa è la Soddisfazione tanto che, i Santi Padri della Chiesa e gli stessi grandi Santi, parlano di penitenza come ad un "battesimo travagliato" e lo considerano come assolutamente necessario per ottenere il totale perdono dei peccati.

S. Gerolamo la chiama: " la seconda tavola dopo il naufragio, a cui deve appigliarsi il peccatore per lavare con amare lagrime assieme con Pietro le macchie della primiera bruttura" (Epist. 130 ad Demetr.), e ancora, sempre S. Gerolamo: " Nessuna cosa è ripugnante a Dio quanto un cuore pigro ed impenitente, questo è un delitto che non ottiene alcun perdono" (Epist. 147 ad Sabinian.).

Del Santo Curato d’Ars (JeanMarie Vianney, 1786-1859) si conoscono poche cose e, spesso, superficialmente: il fatto che stava in confessionale fino a 16 ore al giorno; il fatto che combatteva con un diavolo da lui stesso soprannominato Grappino; il fatto che fosse ignorante e che, per questo, non lo volessero far prete… Ma, come spesso accade, dietro l’intonaco sta il muro che regge una vita e un senso: il Curato d’Ars, patrono dei parroci, era soprattutto un prete e un uomo di fede.

In questo libro il lettore sarà condotto soprattutto a conoscere il cuore di un prete che «parlò di Dio con tutta la sua vita», attraverso stralci delle sue omelie abbinati ai brani del Vangelo che commentava, ve ne offriamo un passo:

«E confidiamo nella nostra Madre, Maria. Vi ho detto che dobbiamo avere una confidenza cieca in Gesù Cristo, perché siamo sicuri che non mancherà mai di venirci in aiuto in ogni nostra pena, purché andiamo da lui come figli dal padre. Vi dico anche che dobbiamo avere una grande fiducia verso la sua santa Madre, che è così buona, che desidera tanto aiutarci in ogni nostra necessità terrena, ma specialmente quando vogliamo ritornare al buon Dio. Se abbiamo qualche peccato che ci vergogniamo di confessare, gettiamoci ai suoi piedi: siamo sicuri che lei ci otterrà la grazia di confessarci bene e, nello stesso tempo, non mancherà di domandare il perdono per noi (…).

Diciamo pure che la virtù della speranza ci fa compiere tutte le nostre azioni con l’unico scopo di piacere a Dio, e non al mondo. Dobbiamo cominciare a praticare questa bella virtù quando ci svegliamo, offrendo il nostro cuore a Dio con amore, pensando quanto sarà grande la ricompensa della nostra giornata se tutto quello che facciamo lo faremo bene, col solo obiettivo di piacere al buon Dio »(pag.103 - IL VANGELO DEL CURATO D ’ARS - C.Travaglino, San Paolo 2009, pp.192, € 12,00).

Per concludere:

"..... e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2Cor..5, 19-20).

Invitiamo i Sacerdoti innanzi tutto a fare essi stessi ricorso al Confessionale, frequentemente, dando l'esempio per poi abbandonare quel "potere" perverso e pervertitore attraverso il quale hanno sposato l'eresia che porta a cancellare l'esistenza del peccato mortale e dell'Inferno, e induce i fedeli al rischio di una dannazione eterna con loro. L'ignoranza non cancella il peccato grave, a volte lo aggrava ancora di più, quando per esempio si rigetta e si rifiuta la verità.

Vogliamo agire come gli incoscienti Pinocchio e Lucignolo che lasciano la scuola per andare nel paese dei balocchi convinti di trovare l'eterna felicità? Non c'è altra via che il Calvario per raggiungere l'eterna beatitudine, anche con digiuni e penitenze per correggere le nostre debolezze, come insegna la Vergine Santissima in tutte le Apparizioni ufficiali e riconosciute dalla Chiesa.

Su questa via Dolorosa che è anche questa "valle di lacrime" cadremo non una, non due, non tre volte, ma anche dieci o mille, non importa, l'importante è rialzarsi (=confessarsi) è riprendere questa via e restarci, fino al Golgota, fino alla Croce con Cristo. Diversamente ci trasformeremo lentamente in ciuchini che invece di raggiungere la felicità agognata, dovranno restare schiavi di una felicità falsa, deprimente e distruttiva.

 

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Ecumenismo spirituale si, sincretista no!

18.01.2013 10:24

 

Città del Vaticano, 17 gennaio 2013 (VIS).In occasione della festa di Sant'Enrico di Uppsala, Patrono della Finlandia, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto  in udienza una Delegazione Ecumenica della Comunità Luterana Finlandese, che come ogni anno in questi giorni si reca in pellegrinaggio a Roma sulla Tomba dell'Apostolo Pietro che anch'essi venerano.

"Per avanzare sulla via della comunione ecumenica - ha sottolineato il Pontefice - è necessario essere sempre più uniti nella preghiera, sempre più impegnati nel perseguire la santità, e sempre più impegnati nella nella ricerca teologica e nella cooperazione al servizio di una società giusta e fraterna. Lungo questa via di ecumenismo spirituale, noi davvero camminiamo con Dio e con l'altro, nella giustizia e nell'amore, perché, come afferma la Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione: 'Siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo che rinnova il nostro cuore mentre ci rende capaci e ci invita alle buone opere'".

 

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Dialogo interreligioso e preghiera multireligiosa

14.01.2013 22:59

 

Dialogo interreligioso e preghiera multireligiosa

 

Precisiamo subito la differenza che c'è tra l'Ecumenismo e il dialogo interreligioso:

nel primo il dialogo è svolto tra i Cristiani che nel corso della storia si sono separati dalla Chiesa di Cristo, hanno generato scismi e divisioni, hanno dato origine ad una immagine del Cristo dissociato dalla Sposa, la Chiesa, Corpo anche visibile ed operante (militante) nella Chiesa. In una parola il dialogo Ecumenico è svolto fra quanti credono nella Santissima Trinità, nell'Incarnazione prodigiosa del Verbo Divino e nel ruolo della Beata Vergine Maria; tra quanti pronunciano la professione di fede nel Credo apostolico e professano i sette Sacramenti a cominciare dalla necessità del Battesimo.

Nel secondo il dialogo interreligioso  e la preghiera multireligiosa si svolge fra quanti, pur testimoniando un senso di fede, non conoscono ancora la Verità, la Via e la vera Vita, oppure in qualche modo la rifiutano. La Chiesa ritiene opportuno mantenere con queste persone un atteggiamento di carità, di rispetto e di fiducia nel Signore, l'unico che davvero può convertire, a patto che noi "prepariamo la strada al Signore che viene".

Qui vogliamo solo sottolineare un grande equivoco del nostro tempo: Tutti e tutte le religioni professano e credono in un unico vero Dio, comune appunto a tutte le religioni? Quando preghiamo insieme, preghiamo l'unico Dio?

 

Rispondere con un si o un no, non è saggio e non soddisferebbe le grandi lacune che tale affermazione, letta in positivo o in negativo, finirebbe per generare.

Esiste certamente una unicità a livello ontologico: Dio è uno solo, non ve ne sono altri. Ciò che fa la differenza è proprio la Dottrina nella sua Rivelazione.

Per esempio: quando diciamo che tutti gli uomini sono fratelli e tutti gli uomini sono figli di Dio, è una verità ontologica, una verità indiscutibile perché non esiste un altro Dio che possa aver creato tutto e anche l'uomo per poi essere diviso nel suo stesso Essere, e noi non siamo il frutto di una sorgente energetica, o di una emanazione di più divinità unite fra loro e poi separate, né siamo frutto di uno sorta di spirito impersonale che si attiverebbe esclusivamente a seconda dei rituali più o meno sacri.

Noi tutti siamo figli di un unico Dio, su questa verità si fonda il vero dialogo interreligioso. E su questa realtà ci muoviamo oggi affinché quanti professano una fede riconoscano in questa una Verità ontologicamente comune, comune a tutti gli uomini per i quali il Verbo Divino si è incarnato e si è liberamente sacrificato per salvarci.

Naturalmente tale dialogo e tale verità si fermano al primo aspetto ontologico, mentre a riguardo della Rivelazione (l'Incarnazione di Dio), scattano le differenze e quindi o il rifiuto ad accettare il vero Dio che si è rivelato - Gesù Cristo -, o l'arrestarsi davanti al Mistero e continuare un dialogo superficiale fino a quando gli uomini non comprenderanno la vera ed unica Rivelazione di Dio.

 

Quindi: professiamo tutti un solo Dio e quel Dio Vivo e vero?

A questo punto no!

Un conto è pregare insieme a tutte le religioni verso l'unico Dio, Creatore dell'Universo e quanto contiene, Creatore dell'Uomo, altra cosa è volgersi a questo Dio che si è rivelato, si è Incarnato, ci ha Redenti, è morto ed è resuscitato, volgersi dunque a Gesù Cristo il quale ha detto: "nessuno va al Padre se non per mezzo di me".

"Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.  Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».  Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».  Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?  Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere.  Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse". (Gv.14, 5-11)

Senza dubbio che molti, non cristiani, giungono al Padre per vie a noi sconosciute ma che si fondano sull'osservanza dei Dieci Comandamenti, con tutto ciò che questi comportano, ma ciò avviene sempre per mezzo del Cristo, mai senza di Lui, solo che molti non lo sanno, oppure lo rifiutano.

Esiste così la volontà a credere o a rifiutare il Signore Dio che si è rivelato. Nel primo caso ci si salva, nel secondo caso, quando vi è un vero rifiuto che solo Dio conosce, c'è il rischio di una vera condanna.

Come abbiamo spiegato nell'articolo sul dialogo o evangelizzazione, compito della Chiesa non è un dialogo marginale e fine a se stesso, riducibile ad un volemose bene per evitare le responsabilità legate al dovere dell'evangelizzazione (=far conoscere Cristo) e della conseguente conversione a Dio: " Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato." (Mc.16,16)

Esiste perciò una figliolanza più profonda che il Nuovo Testamento identifica quale "adozione", adozione a figli per mezzo del Battesimo - incorporati e rivestiti di Cristo ed in Cristo e per mezzo di Cristo.

E' triste pertanto constatare che anche negli incontri interreligiosi ci si è incastrati, o se preferite si è ceduto al compromesso in nome del dialogo, a non chiamare più Dio= Abbà, Padre, ma semplicemente  riferirsi a Lui come ad un dio generico, impersonale, compiacente nell'immaginario di ognuno, un dio fatto a nostra immagine, o rinchiuso all'interno delle culture umane, delle tradizioni umane.

Questo non è il Dio rivelato! E' anche per questo che la Pace stessa tanto invocata stenta ad arrivare: perché la Pace è la Verità in Dio rivelato in Gesù Cristo. Non ci sarà mai pace fino a quando non ci convertiremo a Lui.

E' vero che, nel monoteismo, crediamo al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma è anche vero che per Ebrei e Musulmani il Messia da noi testimoniato suona per loro come una bestemmia, persino come una offesa, sono loro stessi che negano questa figliolanza attraverso il Messia, che negano la Santissima Trinità come una sorta di attentato alla loro fede.

Ontologicamente crediamo dunque nel medesimo Dio perché non ve ne è un'altro, ma teologicamente no. In questi incontri ognuno prega "il proprio Dio", un dio personalizzato, rischiando così di finire noi stessi in un triste sincretismo equiparando l'identità di Dio con il dio di ogni fede.

Quanto poi al dialogo con le "altre religioni" nelle quali non esiste neppure una idea di Dio, ma esistono diverse "entità spirituali", al momento non ci pronunciamo, ma è evidente che non preghiamo "insieme", è falso, non ci rivolgiamo allo stesso Dio.

 

In questi "dialoghi" interreligiosi e preghiere multireligiose si rende palese che a parlare non è il vero Logos, non è la Parola fatta carne, ma sono le nostre istanze, sono le nostre parole, le nostre diplomazie, i nostri compromessi contrariamente al monito paolino: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede" (2Tim.4,7), per evitare le vere battaglie che non sono contro gli uomini, ma vanno combattute le tenebre, le vane parole, e tutto quanto oscura la Verità incarnata.

 

"La Chiesa lo sa. Essa ha una viva consapevolezza che la parola del Salvatore - «Devo annunziare la buona novella del Regno di Dio»  - si applica in tutta verità a lei stessa. E volentieri aggiunge con S. Paolo: «Per me evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me se non predicassi il Vangelo!» . È con gioia e conforto che Noi abbiamo inteso, al termine della grande Assemblea dell'ottobre 1974, queste parole luminose: «Vogliamo nuovamente confermare che il mandato d'evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa», compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale non rendono meno urgenti. Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella S. Messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione".

(Paolo VI Lett. Apostolica Evangelii Nuntiandi 1975)

 

"Non raramente si sente affermare che San Tommaso d'Aquino è stato un modello di dialogo con le culture del suo tempo. Ed è vero, ma sarebbe anzitutto necessario precisare - e non lo si fa quasi mai - che cosa si intenda per dialogo.

La parola dialogo è ripetuta oggi fino alla noia per i campi più svariati, ma la si lascia abitualmente nel vago di un significato generico, dove spesso un'ovvietà improduttiva rischia di rasentare la banalità.

(..) è illuminante rilevare il metodo di San Tommaso nel dialogo con la cultura del suo tempo. Si nota anzitutto il principio fondamentale della sua ricerca o della sua "etica mentale", espresso in questi termini e da lui attributo a sant'Ambrogio:  "Al principio di ogni verità, chiunque sia colui che la professi, vi è lo Spirito Santo (omne verum, a quocumque dicatur a Spiritu sancto est)" (Super evangelium Joannis, capitolo 1, lectio 3).

All'Angelico importa la Verità, non la sua provenienza, e là dove essa sia presente riceve da lui tutto il suo riconoscimento. Ed è esattamente quello che egli ricercava in Aristotele:  la verità, per altro ben consapevole quanto, senza la Rivelazione, anche le menti più alte faticassero a trovare quale fosse il fine ultimo dell'uomo:  satis apparet quantam angustiam patiebantur hinc inde eorum praeclara ingenia (Summa contra gentiles, 3, 48).(..)

Nessun dubbio che San Tommaso abbia trascorso la sua laboriosa vita di teologo in dialogo culturale, ma non per un puro conoscersi reciproco, per un ammirarsi a vicenda o per fare semplicemente della storia, bensì con lo spirito critico ed esigente di chi si propone di discernere il vero dal falso e di giungere al traguardo liberante della verità:  di quella stessa verità che i principi di un autore includevano, anche se questi si era incoerentemente fermato come su un sentiero interrotto.

Un simile metodo, indubbiamente, non potrebbe essere praticato da chi sia indifferente di fronte al discorso della verità, al quale Tommaso era invece sensibilissimo, e che alla fine unicamente gli interessava.

(..) è grazie a questo suo metodo che egli ha potuto lasciare una mirabile somma di teologia, dov'è inclusa una filosofia "vera" - storicamente o non storicamente aristotelica - in certo modo trasfigurata dalla fede, più che sua "ancella" e non per ciò meno filosofia.

Che è poi il compito proprio di ognuno che, come lui, voglia essere "maestro in sacra Pagina":  leggere, interpretare e proporre integralmente il Mistero, nella sua verità e nella sua bellezza, che possono apparire solo al credente, e non stemperarsi in confronti alla fine inconcludenti".

(L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2009)

 

Per concludere lasciamo volentieri la parola all'allora cardinale Ratzinger, oggi Sommo Pontefice Benedetto XVI:

Preghiera multireligiosa e interreligiosa

"Nell’epoca del dialogo e dell’incontro delle religioni è sorto inevitabilmente il problema se si possa pregare insieme gli uni con gli altri. A questo proposito oggi si distingue preghiera multireligiosa e interreligiosa. Il modello per la preghiera multireligiosa è offerto dalle due giornate mondiali di preghiera per la pace, nel 1986 e nel 2002, ad Assisi. Appartenenti a diverse religioni si radunano. […] Tuttavia le persone radunate sanno pure che il loro modo di intendere il “divino”, e quindi la loro maniera di rivolgersi a esso, sono così diversi che una preghiera comune sarebbe una finzione, non sarebbe nella verità. Esse si raccolgono per dare un segno del comune anelito [alla pace e alla giustizia, ndr], ma pregano – anche se in contemporanea – in sedi separate, ciascuno a modo proprio. […]

In riferimento ad Assisi – tanto nel 1986 quanto nel 2002 – ci si è chiesti ripetutamente e in termini molto seri se questo sia legittimo. La maggior parte della gente non penserà che si finge una comunanza che in realtà non esiste? Non si favorisce così il relativismo, l’opinione che in fondo siano solo differenze secondarie quelle che si frappongono tra le “religioni”?

Non si indebolisce così la serietà della fede, non si allontana ulteriormente Dio da noi, non si consolida la nostra condizione di abbandono?

Non si possono accantonare con leggerezza tali interrogativi.

I pericoli sono innegabili, e non si può negare che Assisi, particolarmente nel 1986, da molti sia stato interpretato in modo errato.

Sarebbe però altrettanto sbagliato rifiutare in blocco e incondizionatamente la preghiera multireligiosa così come l’abbiamo descritta. A me sembra giusto legarla a condizioni che corrispondano alle esigenze intrinseche della verità della responsabilità di fronte ad una cosa così grande come è l’implorazione rivolta a Dio davanti a tutto il mondo.

Ne individuo due:

1. Tale preghiera multireligiosa non può essere la norma della vita religiosa, ma deve restare solo come un segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d’angoscia che dovrebbe riscuotere i cuori degli uomini e al tempo stesso scuotere il cuore di Dio.

2. Un tale avvenimento porta quasi necessariamente ad interpretazioni sbagliate, all’indifferenza rispetto al contenuto da credere o da non credere e in tal modo al dissolvimento della fede reale. Perciò avvenimenti del genere devono restare eccezionali, e dunque è della massima importanza chiarire accuratamente in che cosa consistano. Questo chiarimento, in cui deve risultare nettamente che non esistono le “religioni” in generale, che non esiste una comune idea di Dio e una comune fede in Lui, che la differenza non tocca unicamente l’ambito delle immagini e delle forme concettuali mutevoli, ma le stesse scelte ultime – questo chiarimento è importante, non solo per i partecipanti all’avvenimento, ma per tutti quelli che ne sono testimoni o comunque ne sono informati.

L’avvenimento deve presentarsi in sé stesso e davanti al mondo in modo talmente chiaro da non diventare dimostrazione di relativismo, perché si priverebbe da solo del suo senso.

Mentre nella preghiera multireligiosa si prega nello stesso contesto, ma separatamente, la preghiera interreligiosa significa un pregare insieme di persone o gruppi di diversa appartenenza religiosa. È possibile fare questo in tutta verità e onestà? Ne dubito.

Comunque devono essere garantite tre condizioni elementari, senza le quali tale pregare diverrebbe la negazione della fede:

1. Si può pregare insieme solo se sussiste unanimità su chi o che cosa sia Dio e perciò se c’è unanimità di principio su cosa sia il pregare: un processo dialogico in cui io parlo a un Dio che è in grado di udire ed esaudire.

" In altre parole: la preghiera comune presuppone che il destinatario, e dunque anche l’atto interiore rivolto a Lui, vengano concepiti, in linea di principio, allo stesso modo. Come nel caso di Abramo e Melchisedek, di Giobbe e di Giona, dev’essere chiaro che si parla col Dio unico che sta al di sopra degli dèi, col Creatore del cielo e della terra, col mio Creatore. Dev’essere chiaro dunque che Dio è “persona”, vale a dire che può conoscere ed amare; che può ascoltarmi e rispondermi; che Egli è buono ed è il criterio del bene, e che il male non fa parte di Lui. […]

2. Sulla base del concetto di Dio, deve sussistere pure una concezione fondamentalmente identica su ciò che è degno di preghiera e può diventare contenuto di preghiera.

Io considero le richieste del Padre nostro il criterio di ciò che ci è consentito implorare da Dio, per pregare in modo degno di Lui. In esse si vede chi e come è Dio e chi siamo noi. Esse purificano la nostra volontà e fanno vedere con che tipo di volontà stiamo camminando verso Dio, e che genere di desideri ci allontana da Lui, ci metterebbe contro di Lui. Richieste che fossero in direzione opposta alle richieste del Padre nostro, per un cristiano non possono essere oggetto di preghiera interreligiosa, e di nessun tipo di preghiera.

3. L’avvenimento deve svolgersi nel suo complesso in modo tale che la falsa interpretazione relativistica di fede e preghiera non vi trovi alcun appiglio. Questo criterio non riguarda solo chi è cristiano, che non dovrebbe essere indotto in errore, ma alla stessa stregua anche chi non è cristiano, il quale non deve avere l’impressione dell’interscambiabilità delle “religioni” e che la professione fondamentale della fede cristiana sia di importanza secondaria e dunque surrogabile. Per evitare tale errore bisogna pure che la fede dei cristiani nell’unicità di Dio e in quella di Gesù Cristo, il Redentore di tutti gli uomini, non sia offuscata davanti a chi non è cristiano.

(tratto da J.Ratzinger, Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena, 2003, pagg.110-114)

 

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Ecumenico o ecumenismo?

10.01.2013 11:58

 

Ecumenico o ecumenismo?

 

La nostra domanda può apparire del tutto inutile, ma non lo è se a qualcuno interessa ancora l'etimologia delle parole.

Veniamo ad offrire questo articolo su suggerimento della gentile Angelica che, da Napoli lasciandoci un saluto nel Libro degli ospiti, ci ha chiesto nello specifico questo argomento.

Ecumenico infatti vuol dire "concernente alla terra abitata" dal greco Oikoumenikos, Oikos-abitazione e che già dai primi secoli del cristianesimo si riferiva anche alla Diocesi, Parrocchia, Economia. Toccando un concetto allargato, venne presto ad identificarsi in questa "universalità" e dunque usato in alcuni Concili nei quali venivano convocati, sotto la presidenza del Pontefice o di un suo legato, tutti i Vescovi del mondo cattolico.

E' perciò falso ed erroneo l'uso del termine "ecumenico" per affermare un certo "ecumenismo" del nostro tempo rivolto, come tutti gli "ismi" elevati alla massima potenza, a quel sincretismo condannato in fondo e ripetutamente da Benedetto XVI.

Il Movimento Ecumenico di questo tempo nasce nel 1910 in ambiente Protestante. In un primo tempo essi comprendono il dramma della divisione soprattutto fra le migliaia di comunità, tutte indipendenti fra loro, cominciando a chiedersi se non fosse giunto il momento di cercare una via per provare a ritrovare l'unità perduta. Mentre possiamo dire che una forma di ecumenismo o ecumania ha preso piede dopo il Concilio penalizzando il Deposito della Fede.

Non ce la sentiamo di pontificare con la famosa frase di Oscar Wilde: " Le cose peggiori sono sempre state fatte con le migliori intenzioni..." né tanto meno usare il proverbio: "La strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni" perché tutto sommato riteniamo positivo il desiderio di ricercare l'unità senza la quale, ci rammenta Nostro Signore, il mondo non potrà credere: " Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv.17,20-21).

La Chiesa Cattolica ha sempre considerato la separazione degli ortodossi e dei protestanti come "una ferita profonda inflitta alla Chiesa di Cristo", e per questo si è anch'Essa prodigata in una forma ecumenica di ampio raggio, che cominciasse dal rispetto reciproco e per dare al mondo una testimonianza credibile nella predicazione della "Buona Novella" seppur da fronti separati e tuttavia cristiani.

 

Quanto segue è una Lettera dell'allora cardinale Ratzinger che riteniamo un'anteprima alla Dominus Jesus e al suo impegno ecumenico da Sommo Pontefice e per questo di grande importanza per le denuncie ivi contenute di un esasperato "ecumenismo" e i suggerimenti per un corretto agire ecumenico.

 

Una lettera alla «Theologische Quartalschrift» di Tubinga

dal card. J.Ratzinger [La «Theologische Quartalschrift» ha pubblicato nel 1986, sotto la direzione del prof. M. Seckler, un quaderno circa lo stato dell'ecumenismo. Io fui gentilmente invitato a parteciparvi. Questa lettera è il mio tentativo di risposta all'invito]

Stimatissimo e caro signor collega Seckler!

Lei mi ha invitato a tracciare per la Theologische Quartalschrift un quadro di ciò che io penso a riguardo dei progressi dell'ecumenismo. Non mi è facile rispondere a una domanda così enorme a causa del tempo purtroppo limitato. Lo farò ma ovviamente in maniera lacunosa e insufficiente. D'altra parte io vedo sempre più chiaramente che abbiamo bisogno di propositi nuovi sul tema delle prospettive ecumeniche e, nonostante tutti i ripensamenti, non vorrei dir di no al Suo invito.

Mi consenta anzitutto un breve sguardo all'indietro lungo la strada percorsa negli ultimi vent'anni. Una localizzazione dell'oggi mi sembra indispensabile per poter vedere il domani. Quando il Concilio Vaticano II gettò basi nuove nella Chiesa cattolica per l'attività ecumenica, c'era già stato un lungo processo di comuni ricerche, che aveva portato alla maturazione di alcune idee che si sono quindi potute rapidamente mettere in pratica. Durante questa fase, in cui tutto d'un tratto si resero possibili novità così importanti e inaspettate, parve fondata la speranza per una fine rapida e completa della divisione. Ma quando ciò che era diventato possibile da dentro venne tradotto in forme ufficiali, dovette necessariamente subentrare una specie di quiete. Per coloro che avevano di persona conosciuto fin dagli inizi il processo ecumenico, o che vi avevano anche collaborato, un simile momento era prevedibile, perché essi sapevano bene dove le soluzioni erano in vista e dove, invece, i confini erano ancora invalicabili. Invece, per coloro che stavano al di fuori, questo momento causò una grande delusione; furono inevitabili le imputazioni di colpa e furono facilmente rivolte alle autorità ecclesiastiche.

Subito dopo l'attenuarsi del primo slancio conciliare, era affiorato il contromodello dell'ecumenismo «di base», il quale mirava a far sorgere l'unità «dal basso» se non era possibile farla discendere dall' alto. In questa concezione è giusto che l' «autorità» nella Chiesa non può realizzare nulla che non sia prima maturato nella vita della Chiesa, quanto a intelligenza ed esperienza di fede.

 

Dove, però, non si faceva riferimento a questa maturazione, ma si andava affermando una divisione della Chiesa in «chiesa di base» e in «chiesa ministeriale», non poteva certo emergere una nuova unità di qualche rilievo. Un ecumenismo di base di questo genere crea alla fine soltanto dei gruppuscoli, i quali dividono le comunità, e tra loro stessi non realizzano un'unità più profonda, nonostante una propaganda comune di ampiezza mondiale. (..)

Simili idee oggi non sono ancora del tutto spente, ma sembra tuttavia che il tempo della fioritura sia ormai alle spalle. Un'esistenza cristiana, che si definisce quanto all'essenza secondo i criteri dell' «engagement», è troppo labile nei suoi confini per poter alla lunga creare unità e generare solidità in una vita cristiana comune. Le persone perseverano nella chiesa non perché vi trovano feste comunitarie e gruppi di azione, bensì perché sperano di trovarvi le risposte a domande vitali indispensabili.

(..) Voglio dire con tutto ciò che la stabilità del fenomeno religioso viene da zone che non possono essere attinte dall' «ecumene di base» ed inoltre che la ricerca di assoluto segna anche i confini di ogni operazione «autoritativa» nella chiesa. Ciò significa che, portatrici di azioni ecumeniche, non possono venir considerate né una «base» isolata, né un' «autorità» isolata; un'azione ecumenica reale presuppone l'intima unità tra l'azione delle autorità e l'autentica vita di fede della Chiesa.

 

Qui io vedo uno degli errori fondamentali del progetto Fries-Rahner. Rahner pensa che i cattolici seguiranno senz'altro l'autorità; è un presupposto della tradizione e della struttura del cattolicesimo. Di fatto le cose non sono essenzialmente diverse tra i protestanti; se l'autorità decide l'unità e si impegna a sufficienza per essa, non verrà a mancare neppure qui l'obbedienza docile delle comunità. Per me questa è una forma di ecumenismo d'autorità, che non corrisponde né alla concezione cattolica né a quella evangelica di Chiesa.

 

Una unità operata da uomini non potrà essere logicamente che un affare iuris humani. Non attingerebbe per principio l'unità teologica intesa da Gv 17 e non potrà essere di conseguenza neppure una testimonianza del mistero di Gesù Cristo, ma parlerà unicamente a favore dell' abilità diplomatica e della capacità compromissoria dei responsabili della trattativa. (..)

 Anche le dichiarazioni teologiche di consenso rimangono di necessità sul piano dell'intelligenza umana (scientifica), la quale è in grado di approntare certe condizioni essenziali per l'atto di fede, ma non concerne l'atto di fede in quanto tale.

 

Nella prospettiva dell'avvenire mi sembra quindi importante riconoscere i limiti dell' «ecumene contrattuale» e non aspettarsi da essa più di ciò che può dare: avvicinamento su importanti aspetti umani, ma non l'unità stessa.

 

A me sembra che si sarebbero potute evitare certe delusioni, se tutto ciò si fosse tenuto chiaramente presente fin dal principio. Così invece molti, dopo i successi dei primi anni postconciliari, hanno concepito l'ecumenismo come un compito diplomatico secondo categorie politiche. Come da buoni intermediari ci si aspetta che appunto si addivenga dopo un certo tempo a un accordo per tutti accettabile, così si è potuto credere di attendersi tutto ciò dall'autorità ecclesiastica in questioni di ecumenismo. Ma in tal modo si domandava troppo a una simile autorità. Ciò che essa ha potuto fare dopo il Concilio si fondava su un processo di maturazione che non era stato da essa compiuto, ma aveva solo bisogno di essere tradotto nell' ordinamento esterno della chiesa.

 

Ma, stando così le cose, che cosa dobbiamo fare? In vista di una risposta mi è assai di aiuto la formula che Oscar Cullmann ha coniato per tutta la discussione: unità attraverso pluralità, attraverso diversità. Certamente la spaccatura è dal male, specie quando porta all'inimicizia e all'impoverimento della testimonianza cristiana. Ma se a questa spaccatura viene a poco a poco sottratto il veleno dell'ostilità e se, nell'accoglimento reciproco della diversità, non c'è più riduzionismo, bensì ricchezza nuova di ascolto e di comprensione, allora la spaccatura può diventare nel trapasso una felix culpa, anche prima che sia del tutto guarita.

Caro signor collega Seckler, verso la fine degli anni da me trascorsi a Tubinga, Lei mi diede da leggere un lavoro compiuto sotto la sua guida, lavoro che esponeva l'interpretazione agostiniana della misteriosa sentenza di Paolo: «E' necessario che avvengano divisioni tra voi» (1Cor 11,19).

 

Il problema esegetico dell'interpretazione di 1Cor 11,19 non è in discussione qui; a me sembra che i Padri non avevano gran torto a trovare in questa annotazione localizzata un'affermazione aperta sull'universale, (..) ciò significa che, se le divisioni sono anzitutto opera umana e colpa umana, esiste tuttavia in esse anche una dimensione che corrisponde a disposizioni divine. Perciò noi le possiamo trasformare solo fino a un certo punto con la penitenza e la conversione; ma quando le cose sono arrivate al punto che noi non abbiamo più bisogno di questa rottura e che il dei ( “dei”: espressione greca che tradotto in italiano: “è necessario”)  viene a cadere, questo lo decide tutto da sé il Dio che giudica e perdona.

Sulla strada mostrata da Cullmann noi dovremmo per prima cosa cercare di trovare unità attraverso diversità, cioè a dire: assumere nella divisione ciò che è fecondo, disintossicare la divisione stessa e ricevere proprio dalla diversità quanto è positivo; naturalmente nella speranza che alla fine la rottura smetta radicalmente d'essere rottura e sia invece solo una «polarità» senza contraddizione.

Ma quando ci si protende troppo direttamente verso quest'ultimo stadio con la fretta superficiale del voler fare tutto da sé, si approfondisce la separazione invece di sanarla.

 

(..) Certo, ai tempi delle lotte per la fede, la spaccatura è stata quasi soltanto contrapposizione; ma poi sono cresciuti sempre di più elementi positivi per la fede in entrambe le parti, un positivo che ci permette di comprendere qualcosa del misterioso «è necessario» di San Paolo. Giacché, viceversa, ci si potrebbe immaginare un mondo unicamente protestante? O non è forse vero che il protestantesimo in tutte le sue affermazioni, e proprio come protesta, è del tutto riferito al cattolicesimo, al punto che senza di questo sarebbe quasi impensabile?

 

Scaturisce di qui un duplice movimento per l'azione ecumenica. Una linea dovrà essere quella di una ricerca per trovare tutta l'unità; per escogitare modelli di unità; per illuminare opposizioni in ordine all'unità. Non solo nelle discussioni dotte, ma soprattutto nella preghiera e nella penitenza. Ma accanto a tutto ciò dovrebbe sorgere un secondo spazio operativo, il quale presuppone che noi non sappiamo l'ora e non la possiamo sapere, l'ora quando e come l'unità si realizza. (..) In ogni caso dovrebbe risultare chiaro che l'unità non la facciamo noi (come non facciamo noi la giustizia con le nostre opere) e che inoltre non possiamo tuttavia rimanere con le mani in mano. Ciò che qui importa è di accogliere sempre daccapo l'altro in quanto altro nel rispetto della sua alterità. Possiamo essere uniti anche come divisi.

 

Questa specie di unità, per la cui crescita continua possiamo e dobbiamo impegnarci, senza collocarla sotto la pressione troppo umana del successo e della «meta finale», conosce molte e varie strade ed esige molti e vari impegni. Anzitutto è importante trovare, conoscere e riconoscere le unità che già ci sono e che non sono davvero piccola cosa. Il fatto che leggiamo insieme la Bibbia come parola di Dio; che ci è comune la professione di fede, formatasi negli antichi concili in base alla lettura della Bibbia, in Dio uno e trino, in Gesù Cristo vero Dio e uomo, del battesimo e della remissione dei peccati, e che ci è quindi comune l'immagine fondamentale di Dio e dell'uomo: tutto ciò dev'essere sempre nuovamente attualizzato, pubblicamente testimoniato ed approfondito nella pratica. Ma comune a noi è pure la forma fondamentale della preghiera cristiana ed unico tra noi pure l'essenziale comandamento etico del decalogo, interpretato nella luce del Nuovo Testamento. All'unità di fondo della confessione di fede dovrebbe corrispondere una unità di fondo operativa. Si tratta dunque di rendere effettiva l'unità che già sussiste, di concretizzarla e di ampliarla. (..)

 

All'«unità attraverso diversità» potrebbero e dovrebbero aggiungersi certamente azioni di carattere simbolico, per tenerla costantemente presente nella coscienza delle comunità. Il suggerimento di O. Cullmann quanto alle collette ecumeniche meriterebbe d'essere richiamato alla memoria. L'uso del pane dell'eulogia presente nella Chiesa d'oriente potrebbe essere utile anche per l'occidente. Dove la comunità eucaristica non è possibile, questo pane è un modo reale e corporeo di essere accanto nell'alterità e di «comunicare»; di portare la spina dell'alterità e al tempo stesso cambiare la divisione in una preghiera reciproca.

 

Appartiene a quest' «unità attraverso diversità» anche la volontà di non voler imporre all'altro ciò che (ancora) lo minaccia nel centro della sua identità cristiana. I cattolici non dovrebbero cercare di spingere i protestanti al riconoscimento del papato e della loro comprensione della successione apostolica; l'inserimento della parola nello spazio del sacramento, e nell'ordine giuridico definito dal sacramento, appare evidentemente ai protestanti un attentato alla libertà e alla non manipolabilità della parola, e noi questo dovremmo rispettarlo. Viceversa, i protestanti dovrebbero evitare di spingere la chiesa cattolica all'intercomunione a partire dalla loro idea della Cena" dal momento che per noi il doppio mistero del Corpo di Cristo - Corpo di Cristo come Chiesa e Corpo di Cristo come specie sacramentale - sono di un unico sacramento, e togliere la corporeità del sacramento dalla corporeità della Chiesa significa a un tempo distruzione della Chiesa e del Sacramento.

 

Questo rispetto per ciò che rappresenta per le due parti la necessità della divisione, non allontana l'unità; è un presupposto fondamentale per essa. Da questa rispettosa remora interiore, davanti al «necessario» che non è stato inventato da noi, maturerà molto più amore e anche molta più vicinanza che non da una forma di sollecitazione violenta, che crea ripulsa e alla fine rifiuto. E questo rispetto non solo non impedirà, di conseguenza, la ricerca di una comprensione maggiore in questi spazi centrali del problema, ma avrà per suo frutto una maturazione tranquilla e una gratitudine gioiosa per tanta vicinanza, nonostante il misterioso «necessario».

 

Immaginiamo che i concetti appena accennati non piaceranno a molti. Credo che una considerazione dovrebbe in ogni caso essere evitata: che tutte queste non siano che delle idee stagnanti e rassegnate, o addirittura un rifiuto dell'ecumenismo. E' molto semplicemente il tentativo di lasciare a Dio quello che è affare unicamente suo, e di esplorare poi, in tutta serietà, che cosa è nostro compito. A questa sfera dei nostri compiti appartiene agire e soffrire, attività e pazienza. Se si cancella una delle due cose, si guasta l'insieme. Se noi ci impegniamo su ciò che spetta a noi, allora l'ecumenismo sarà anche in futuro, e più ancora di prima, un compito altamente vivace e ardimentoso. Io sono convinto che noi - liberati dalla pressione del successo delle nostre energie autonome e dalle sue date segrete e palesi - arriveremo più in fretta e più in profondità allo scopo che se cominciamo a trasformare la teologia in diplomazia e la fede in «engagement».

Caro signor Seckler, io spero che queste righe possano rendere un po' più chiare le mie idee ecumeniche. Sono, con i miei più cordiali saluti, il Suo

+ JOSEPH CARD. RATZINGER

 

 

 

Laici o laicisti?

07.01.2013 14:46

 

Laicità o laicismo? Laici o laicisti?

 

Proponiamo questo breve articolo per rispondere ad una delle osservazioni rivolte a noi da Antonio F. - risorgimentale - in un suo messaggio nel Libro degli ospiti, certi così di fare a lui e ai lettori, cosa gradita.

 

Laico è un termine fin troppo abusato, ma esso deriva dal latino "laicus" e dal greco "laikos", aggettivo formato da "laos" che vuol dire popolo - onde laitos e leitos che vuol dire "pubblico". Il termine così ha da sempre significato nella Chiesa il popolo, la gente, colui che appartiene al popolo ossia che non ha abbracciato la vita ecclesiastica e vive tra la gente, "secolare".

Il primo testo in cui compare la parola laico è la famosa Lettera ai Corinti di Clemente romano, Papa,  della fine del primo secolo, dove egli indica che la comunità cristiana deve essere ordinata (distingue facendo riferimento al giudaismo: sommo sacerdote, sacerdoti, leviti, laici).

I laici, immersi nelle realtà del mondo, all’interno della compagine ecclesiale sono coloro che appartengono al popolo: i battezzati che non rivestono alcuna funzione nella gerarchia ecclesiastica. Etimologicamente San Girolamo attribuisce il termine laici alla radice greca λαός (popolo).

Fin dai primi tempi del cristianesimo nella comunità cristiana si vanno delineando i tratti della sua composizione: una struttura gerarchica e un popolo laico.

Nei laici si trovano carismi spirituali diversi che corrispondono a vocazioni particolari. Le donne vi partecipano come gli uomini.

Insomma il termine non ha mai indicato l'ateo, l'agnostico o altro, ma semplicemente colui che non era sacerdote, ecclesiastico, il popolo e, nello specifico, il popolo che lentamente confluiva nella vita della Chiesa.  

E' errato pensare e dire che questo termine fu usato "poi" dalla Chiesa, è esattamente il contrario, nell'Impero Romano e nel mondo fino ad allora conosciuto, il termine "laico" non era di uso comune, lo rese celebre proprio la Chiesa nel suo distinguere il popolo dai consacrati.

E' normale che all'epoca il termine non indicasse gli atei come si pretende far congiungere oggi perché il problema non esisteva, non esisteva un popolo di "non credenti" che rivendicasse il proprio ateismo quindi, quando si parlava di laici, si è sempre indicato principalmente il "popolo credente" ma non consacrati nel ministero.

Suggeriamo di leggere questa ricostruzione del laico nella storia:

https://www.iuscanonicum.it/Contributi/10%20laici%20nella%20storia.htm

 

A partire dall'anno Mille circa, con gli Ordini terziari associati agli Ordini religiosi, vengono a formarsi i primi gruppi di laici "consacrati", un esempio comprensibile a tutti è la posizione assunta da Santa Caterina da Siena "mantellata domenicana", laica consacrata del medesimo Ordine di San Domenico, a questa forma si aggiunsero le Confraternite, gruppi di laici che all'interno di queste strutture fornivano aiuto ai sacerdoti, si prodigavano verso i più poveri, custodivano il decoro delle Chiese e degli Ospedali, organizzavano Feste patronali, alimentando e custodendo la devozione o il culto al Santo del proprio Paese, inoltre erano davvero imponenti quando si prodigavano negli Anni giubilari estendendo una fitta rete di aiuti materiali e spirituali ai pellegrini. Tanto per fare un esempio citiamo le Confraternite che ininterrottamente operano ancora oggi presso i Santuari più famosi come quello di Santiago di Compostela, o altri Santuari mariani.

In definitiva, l'essere laico, era semplicemente non amministrare il Culto, ma prestare un servizio agli "amministratori dei misteri divini" (cfr. 1Cor. 4 "Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio.") il cui ministero va dal servizio della carità materiale, quanto al servizio della carità sacramentale.

Laici erano considerati anche quanti appartenevano alla classe politica. Lo stesso ruolo di Cesare e dell'Impero Romano era riconosciuto come laico da Gesù stesso, così come il concetto di Stato, nella Chiesa, è sempre stato considerato "laico", ossia svincolato dal Culto e dunque non confessionale. Ma "non confessionale" non vuol dire neppure "ateo".

 

Fino al 1700 circa, ossia fino all'implodere dell'Illuminismo e delle varie Rivoluzioni, il termine laico non è mai stato oggetto di interesse, né di assegnazione al negativo o al positivo. Fu con l'avanzare di uno spaventoso anticlericalismo massonico attraverso il quale essere consacrati, essere preti era giudicato in negativo, a far scaturire un concetto di positività o negatività al termine laico. Una positività che si riscontrava però a discapito del Prete, a discapito dell'appartenenza alla Chiesa. Nasce così il "laicismo" per contrapporsi a quel "rendere a Dio ciò che è di Dio".

E' erroneo e non corrisponde al vero che il cosiddetto "Stato laico" sarebbe semplicemente uno Stato "ateo" libero dalla legge di Dio.

Non solo questo è falso, ma alimenta di fatto la mostruosità che lo Stato sarebbe, a questo punto, dio di se stesso, con un ritorno al Cesare-dio in cui oggi la divinità sarebbe lo Stato e la sua bibbia la Costituzione.

 

Nel dicembre 2008 Avvenire riportava questo articolo interessante:

"Sul nesso fra Dio, religione e politica, l'insegnamento di Gesù Cristo si pone come evento inedito per quanto concerne la diversità fra Dio e Cesare (Mt.22,17): la novità cristiana è racchiusa nella nota frase: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Si tratta di un detto instauratore, capace di introdurre un passo in avanti nell'esperienza spirituale e politica dell'umanità.

Venne così introdotta la duplicità della rappresentanza (spirituale e temporale) al posto dell'unità tipica della città antica in cui si congiungeva in un solo vertice (nell'imperatore che era anche pontefice) la rappresentanza sacrale e quella civile.

La diversità cristiana apparve un attentato di cospicue dimensioni alla politica poiché, introducendo la "laicità" sconosciuta alle culture antiche, apriva inedite possibilità di liberazione e di dissidio.

Come spesso ha rivelato Joseph Ratzinger, la frase di Gesù sottolinea non solo che occorre marcare i confini fra Dio e Cesare, ma che occorre rendere o dare. Il risuonare di tale verbo cambia la prospettiva della semplice separatezza fra Dio e Cesare. Il rendere a Cesare quanto è necessario: giustizia, pace, diritti, rispetto, è qualcosa di grande. Ma Cesare non è Dio.

Cesare può essere patria temporale, ma non è patria definitiva per alcun uomo.

Il rendere a Cesare implica, perché sia autentico e pieno, il rendere a Dio quanto è necessario e salutare. Dare solo a Cesare senza dare a Dio è rovina. Il versetto evangelico domanda un doppio dare, e l'uno non può stare senza l'altro.

Il secolarismo europeo è esattamente definito dal dare a Cesare senza minimamente dare a Dio, mediante l'ipocrisia di confinare Dio nella più remota privatezza della coscienza, come ha denunciato Benedetto XVI.

In questo modo si sterilizza il contributo che la religione offre al miglioramento civile. Mirando al vigore della vita morale e delle virtù, essa raggiunge la società nel suo punto più nevralgico.

 Contrariamente all'asserto del materialismo storico marxista, l'anatomia della società civile è l'etica, non l'economia politica. Chi riesce a migliorare il comportamento morale delle persone adempie il compito più importante nella società.

Non ve ne è nessuna che, per quanto dotata di istituzioni molto elaborate, possa sussistere in maniera decente e costituire una vita civile accettabile, se i suoi cittadini cedono troppo ai vizi e allo scatenamento delle passioni.

Se lo Stato può soggiacere a smisurate richieste eudaimonistiche ma non può garantire i propri fondamenti morali, deve trovare fuori di sé, ossia nella società, tali basi: che oggi sono messe a rischio dal relativismo intellettuale e morale, e dal secolarismo.

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E ancora:

"La Chiesa non rivendica il diritto di dominare la dimensione secolare, ma ha tutto il diritto - di fatto l'obbligo, il dovere - di impegnare l'autorità secolare e di sfidare quanti la esercitano a soddisfare le esigenze di giustizia. In questo senso, la Chiesa cattolica non può stare, non è mai stata e non starà mai "fuori dalla politica". La politica implica l'esercizio del potere. L'uso del potere ha un contenuto morale e conseguenze umane. Il benessere e il destino della persona umana sono decisamente materia, e speciale competenza, della comunità cristiana".

(...)

D'altro canto vi sono personalità influenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, che cercano di ridurre la religione e la fede a un'opzione privata senza un ruolo pubblico da svolgere. Quindi cercano di edificare ciò che un critico definisce "una nuda pubblica piazza", rinchiudendo così la religione tra le pareti domestiche e secolarizzando totalmente la dimensione pubblica. (...)

... i cattolici, con il loro impegno per la tradizione della legge naturale, portano un contributo importante alla vita pubblica e al processo politico ... Infatti, come si può contribuire al bene comune se non si portano nei dibattiti e nelle discussioni le proprie convinzioni morali e i propri valori profondi?

Inoltre, le figure più autorevoli della tradizione cattolica, come san Tommaso d'Aquino, riconoscono la legittima autonomia della dimensione secolare-laica. La pretesa di "Cesare" alla lealtà e alla dedizione dei cittadini è legittima, ma la lealtà non può mai usurpare l'obbedienza alla corretta morale e il culto che si devono solo a Dio.

(..)

...un esempio è il santo inglese Tommaso Moro, che  Giovanni Paolo II definì "il celeste patrono dei governanti e dei politici".

 La grandezza di Moro sta nella sua lotta coraggiosa per restare fedele al proprio dovere verso il suo sovrano terreno senza mai compromettere la sua dedizione fondamentale ai dettami della propria coscienza di laico come riflesso della sua obbedienza al suo Re celeste. Come è ben noto, questa coerenza alla fine gli costò la vita, ma la sua testimonianza resta una forza potente e una ispirazione per quanti cercano di illuminare l'ordine sociale con la luce del Vangelo.

(..)

... ai laici di oggi è chiesta la stessa sfida che san Paolo pose ai suoi concittadini dell'impero romano:  "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Romani, 12, 2). La chiave qui è la virtù del discernimento - e questo è sempre un compito arduo.

(dall'Oss. Romano del 11-12 agosto 2008)

 

Sant'Ambrogio chiede ripetutamente agli imperatori di stare attenti a far sì che i loro atti di governo non siano contrari al volere di Dio:  è questo il modo concreto attraverso il quale, in dualità di ambiti, l'autorità politica onora e rende gloria a Dio. Così, il santo segnala che la dimensione morale non appartiene solo all'ambito religioso, ma anche a quello politico:  ed è questo ordine morale, che le due sfere condividono, il luogo in cui s'incontrano.

 

 Un laico, insomma, può benissimo essere cattolico, e un cattolico  è un laico. Non ci sono laici contro cattolici. È interessante notare  che "cattolico", usato socialmente dal XVI sec. circa, in seguito allo scisma d’Oriente, viene dal greco cattolico katholicos (da kata +  gen. di holos) e significa “universale”. Insomma, ciò che contraddistingue il cattolicesimo dalle altre dottrine cristiane (e persino non) è la vocazione universale e inclusiva, ovvero in grado di abbracciare anche chi non ha preso i voti, ovvero i laici.

Lo scontro tra laici e cattolici è cominciato con le Rivoluzioni, quando si è cominciata ad usare la dea-ragione contro la Divina Sapienza infusa nella Chiesa, contro l'etica e la morale (legge naturale), contro i Dieci Comandamenti.

 

Non a caso così spiega Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Pace 2013:

"La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana.

Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita.

Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri?

Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente.

Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.

Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.

Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace. (..)

 La Chiesa si sente partecipe di una così grande responsabilità attraverso la nuova evangelizzazione, che ha come suoi cardini la conversione alla verità e all’amore di Cristo e, di conseguenza, la rinascita spirituale e morale delle persone e delle società..."

 ***

Quindi ricorda: laici, laicità è una realtà individuata dalla Chiesa fin dal primo secolo.

Laicismo, laicisti no! E' una perversione del termine e del significato usato oggi contro la Chiesa, contro la religione, contro Dio, contro l'uomo di fede, contro la ragione stessa. Il laicismo è progressista (non progresso) e pretende di imporre una società secolarizzata nella quale non vi sia più il riferimento a Dio e alle radici Cristiane.

 

Suggerimenti alla lettura:

 

1. un libro: Laici e laicità: nei primi secoli della Chiesa - a cura di mons. Enrico Dal Covolo

 

2. Le radici della laicità (I-V secolo d.C.) prof. Paolo Siniscalco - Università di Roma “La Sapienza”

https://www.dirittoestoria.it/10/memorie/Siniscalco-Radici-laicita.htm

 

 ***

 

 

Potere Sacro e potere clericale

04.01.2013 11:29

 

Potere Sacro e potere clericale

 

Specifichiamo subito che parlare di "potere" in se non è corretto, ma noi useremo il termine primo perché è di uso comune, secondo perché se ben distinto dal significato umano e ben spiegato nel suo "servire", allora può essere usato.

 

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, tra il 2009 e il 2010, ha indetto l'Anno Sacerdotale motivando la sua decisione con queste parole: "Proprio per favorire questa tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l'efficacia del loro ministero, ho deciso di indire uno speciale 'Anno Sacerdotale' (..) nel 150° anniversario della morte del Santo Curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney, vero esempio di Pastore a servizio del gregge di Cristo".

 

Nel suo discorso del 16 marzo 2009, il Papa spiegò anche che mentre per ogni cristiano l'identità missionaria deriva dal battesimo e dalla cresima, per il presbitero scaturisce dalla dimensione intrinseca dell'esercizio dei tre poteri a lui conferiti nell'ordinazione sacerdotale, cioè quello di santificare, d'insegnare e di governare. Questo perché "la dimensione missionaria del presbitero nasce dalla sua configurazione sacramentale a Cristo-Capo".

La missione del presbitero si svolge nella Chiesa secondo quattro dimensioni che, connesse indissolubilmente l'una all'altra, ne delineano i contorni: la dimensione ecclesiale, quella comunionale, quella gerarchica e quella dottrinale.

La missione del sacerdote, evidenzia nel suo discorso il Papa, è:

 

- ecclesiale "perché nessuno annuncia o porta se stesso, ma dentro ed attraverso la propria umanità ogni sacerdote deve essere ben consapevole di portare un Altro, Dio stesso, al mondo";

 

- comunionale "perché si svolge in un'unità e comunione che solo secondariamente ha anche aspetti rilevanti di visibilità sociale. Questi, d'altra parte, derivano essenzialmente da quell'intimità divina della quale il sacerdote è chiamato ad essere esperto, per poter condurre, con umiltà e fiducia, le anime a lui affidate al medesimo incontro con il Signore";

 

- gerarchica e dottrinale in quanto tali aspetti "suggeriscono di ribadire l'importanza della disciplina (il termine si collega con ‘discepolo') ecclesiastica e della formazione dottrinale, e non solo teologica, iniziale e permanente".

 

Appare così evidente che Nostro Signore Gesù Cristo ha munito la Chiesa di un "potere sacro-dottrinale" e non piuttosto di un potere "clericale".

Gesù Cristo ha in se stesso questi tre poteri fondamentali:

- potere regale, - profetico e - sacerdotale.

Questo vuol dire che attraverso il Battesimo noi laici conformati a Gesù Cristo beneficiamo di questi tre poteri da cui si dice che ogni battezzato è re, profeta e sacerdote.

Nella Lettera ai Sacerdoti, così dice Benedetto XVI:

"Non si tratta certo di dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro.

Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia..."

 

Trovandoci in un Blog non è nostra intenzione sviluppare qui un argomento tanto complesso e che meriterebbe molto di più di un semplice articolo. A qualche lettore più erudito potrà interessare il libro di Romano Guardini "Il potere" pubblicato nel 1952. Altra premessa riguarda l'atteggiamento negativo sorto con il Protestantesimo nei confronti di un "potere sacro" legittimo nella Chiesa e combattuto, appunto, da Lutero tanto da arrivare a liquidare il ministero del sacerdozio, finendo per penalizzare tutto l'apparato liturgico e sacramentale della Messa, fino alla negazione della Divina Presenza nella Eucaristia.

Per giungere ai giorni nostri con l'aggravarsi di una massiccia presenza modernista interna alla Chiesa che pretende con superbia di appropriarsi di questo "potere sacro-dottrinale" per affermare dottrine eretiche quali il sacerdozio al femminile, o una sorta di equiparazione tra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio dei fedeli.

 

Quello che a noi interessa approfondire nello specifico è presto detto e ben visibile nella foto sopra postata.

Per "potere clericale" intendiamo proprio quella presuntuosa presidenza nella Messa che scalza il vero Protagonista, con tutto ciò che poi questo comporta nella vita sacramentale, nella dottrina, nella pratica.

Protagonista della Messa e nella Messa è Nostro Signore Gesù Cristo che agisce, infatti, per mezzo, tramite, il Sacerdote: «Alter Christus, il sacerdote è profondamente unito al Verbo del Padre, che incarnandosi ha preso forma di servo, è diventato servo (Fil 2,5-11). Il sacerdote è servo di Cristo, nel senso che la sua esistenza, configurata a Cristo ontologicamente (cioè nel suo essere, per sempre), assume un carattere essenzialmente relazionale: egli è in Cristo, per Cristo e con Cristo a servizio degli uomini. Proprio perché appartiene a Cristo, il presbitero è radicalmente al servizio degli uomini: è ministro della loro salvezza, della loro felicità, della loro autentica liberazione, maturando in questa progressiva assunzione della volontà di Cristo, nella preghiera, nello “stare a cuore a cuore” con Lui. E’ questa allora la condizione imprescindibile di ogni annuncio, che comporta la partecipazione all’offerta sacramentale dell’Eucaristia e la docile obbedienza alla Chiesa»

[Benedetto XVI, Catechesi, 24 giugno 2009].

 

Ma cosa sono diventate oggi le Messe?

Se va bene sono diventate delle riunioni nelle quali ogni gruppo esprime se stesso, limitando gli abusi a forme di sentimentalismo, più o meno, variopinte e nelle quali ci si sforza di esprimere una forma affettiva superficiale, legata all'attivismo.

Se va male, oltre a quanto appena descritto, ci ritroviamo in talune Messe nelle quali il sacerdote non solo esprime se stesso, ma usa il presbiterio (laddove non sia stato divelto e abusivamente cancellato) come teatro, come palcoscenico, delle volte anche come palco elettorale e politico, di protesta, spesso obbligando i fedeli ad una partecipazione attiva forzata con canti danzanti, battimani e quant'altro. La Messa così non è più quel vivere il mistero del sacro, ma in molti casi è diventata strumento per esprimere se stessi, o per imporre il proprio potere comunitario.

E questo non riguarda solo il sacerdote quando compie abusi liturgici e non accetta correzioni, ma si riflette anche nei Movimenti, nei vari Cammini, gruppi interni alle Parrocchie che usano l'ambiente per imporre il proprio cammino modificando la Messa fatta a propria immagine e somiglianza di se stessi e del gruppo che si vuole pubblicizzare.

Dove sta la vigilanza del Vescovo?

 

"Nella concreta prassi pastorale e di formazione del clero perdurano queste due concezioni del clero:

- “Da una parte una concezione sociale – funzionale che definisce l’essenza del sacerdozio con il concetto di ‘servizio’: il servizio alla comunità, nell’espletamento di una funzione …

- Dall’altra, vi è la concezione sacramentale – ontologica, che naturalmente non nega il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato all’essere del ministro, e ritiene che questo essere è determinato da un dono concesso dal Signore attraverso la mediazione della Chiesa, il cui nome è sacramento”

(J. Ratzinger, Ministero e vita del sacerdote, Brescia 2005, p. 165).

Non si tratta, però, di due concezioni contrapposte, e la tensione che pur esiste tra di esse va risolta dall’interno. Lo strappo (o l'assunzione di tale potere clericale) avviene, come è ben visibile nella foto, nel momento in cui il sacerdote contrappone una delle due, le separa, usando una o l'altra per esprimere superbamente se stesso, celebrando se stesso e le proprie opinioni anziché esprimere e celebrare il Mistero che è chiamato a servire per se stesso e per i Fedeli accorsi.

La predicazione cristiana non proclama “parole”, ma la Parola, il Logos – Parola, e l’annuncio coincide con la persona stessa di Gesù Cristo, ontologicamente aperta alla relazione trinitaria con il Padre ed obbediente alla sua volontà nello Spirito Santo, spiega ancora Benedetto XVI.

Quindi un autentico servizio della Parola richiede da parte del sacerdote nel suo essere che tenda ad una approfondita abnegazione di sé, sino a dire esistenzialmente con l’Apostolo e con gioia: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” ontologicamente, nel mio essere e per sempre dal giorno dell’ordinazione.

Il presbitero, spiega ancora il Pontefice, non può mai considerarsi “padrone” della Parola proponendola con proprie dottrine private, ma servo di una Parola il cui soggetto in continuità o Tradizione è il popolo di Dio cioè la Chiesa.

Il presbitero non è la parola ma “voce” della Parola: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Mc 1,3). Ora, essere “voce” della Parola, non costituisce per il sacerdote un mero aspetto funzionale. Al contrario, nel suo essere dal sacramento e preesistente nel suo esistere, presuppone un sostanziale “perdersi” in Cristo cioè nel Suo Corpo che è la Chiesa, partecipando al suo mistero di morte e di risurrezione liberamente cioè per amore con tutto il proprio io: intelligenza, volontà e offerta dei propri corpi, come sacrificio vivente (Rm 12, 1-2).

Solo la partecipazione al sacrificio di Cristo, alla sua chénosi, rende autentico l’Annuncio! E questo è il cammino che ogni sacerdote non può non percorrere con Cristo per giungere felice, insiste il Papa, realizzato, a dire al Padre insieme a Cristo: si compia “non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). L’annuncio, allora, comporta sempre anche esistenzialmente il sacrificio di sé, condizione perché l’annuncio sia autentico ed efficace.

Il Santo Curato d’Ars ripeteva spesso con le lacrime agli occhi: “come è spaventoso essere prete!”. Ed aggiungeva: “Come è da compiangere un prete quando celebra la Messa come un fatto ordinario! Come è sventurato un prete senza vita interiore!”. “Tocca all’Anno sacerdotale – concludeva Benedetto XVI – condurre tutti i sacerdoti ad immedesimarsi totalmente con Gesù Crocifisso e Risorto, perché ad imitazione di san Giovanni Battista, siano pronti a “diminuire” perché Lui cresca; perché, seguendo l’esempio del Curato d’Ars, avvertano in maniera costante e profonda la responsabilità della loro missione, che è segno e presenza dell’infinita misericordia di Dio (impossibile senza il senso del peccato).

"Questa è la principale dimensione, essenzialmente missionaria e dinamica, dell’identità e del ministero sacerdotale: attraverso l’annuncio del Vangelo essi generano la fede in coloro che ancora non credono, perché possano unire al sacrificio di Cristo il loro sacrificio, che si traduce in amore per Dio e per il prossimo" [Benedetto XVI, Catechesi, 1 luglio 2009].

 

Benedetto XVI osserva che a fronte di tante incertezze e stanchezze anche nell’esercizio del ministero sacerdotale, è urgente il recupero di un giudizio chiaro e inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando quanto scrive san Tommaso d’Aquino: ‘Il più piccolo dono della grazia supera il bene naturale di tutto l’universo’ (Summa Theologiae, I – II, q. 113, a. 9, ad 2). La missione di ogni singolo presbitero dipenderà, pertanto, anche e soprattutto dalla consapevolezza della realtà sacramentale (Dio nella via umana) del suo ‘nuovo essere’. Dalla certezza della propria identità, non artificialmente costruita ma gratuitamente e divinamente donata e accolta, dipende il sempre rinnovato entusiasmo del sacerdote per la missione. Anche per i presbiteri vale che ‘all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva’ (Deus caritas est, 1).

 

Benedetto XVI osserva che dopo il Concilio Vaticano II, si è prodotta qua e là l’impressione che nella missione dei sacerdoti in questo nostro tempo, ci fosse qualcosa di più urgente di ciò che aveva richiamato il Concilio di Trento; alcuni pensavano che si dovesse in primo luogo costruire una diversa società. La pagina evangelica sta invece a richiamare i due elementi essenziali del ministero sacerdotale. Gesù invia, in quel tempo e oggi, gli Apostoli ad annunciare il Vangelo, non le proprie idee sul mondo o su come deve essere la società, e dà ad essi il potere di cacciare gli spiriti cattivi.

 

Annuncio’ e ‘potere’, cioè ‘parola’ e ‘sacramento’ sono pertanto le due fondamentali colonne del servizio sacerdotale, al di là delle sue possibili molteplici configurazioni.

Quando non si tiene conto del ‘dittico’ consacrazione – missione, spiega il Papa, diventa veramente difficile comprendere l’identità del presbitero e del suo ministero nella Chiesa.

- Chi è infatti il presbitero, se non un uomo convertito e rinnovato dallo Spirito, che vive del rapporto personale con Cristo, facendone costantemente propri i criteri evangelici?

- Chi è il presbitero se non un uomo di unità e di verità, consapevole dei propri limiti e, nel contempo, della straordinaria grandezza della vocazione ricevuta, quella di concorrere a dilatare il regno di Dio presente là dove Dio è amato e giunge il suo amore fino agli estremi confini della terra? Sì! Il sacerdote è un uomo tutto del Signore, poiché è Dio stesso a chiamarlo ed a costituirlo nel suo servizio apostolico. E proprio essendo tutto del Signore, è tutto degli uomini, per gli uomini.

Sempre nella Lettera ai Sacerdoti Benedetto XVI dicendo che tra i 408.024 sacerdoti nel mondo ci sono “splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore di Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti, gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento. Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. E’ il mondo a trarne motivo di scandalo e di rifiuto. Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio”.

“Perfino – dice il Papa nell' Omelia dei Vesperi del 19 giugno 2009 – le nostre carenze, i nostri limiti e debolezze devono ricondurci (alla fedeltà) del Cuore di Gesù. Se infatti è vero che i peccatori, contemplandoLo, devono apprendere da Lui il necessario “dolore dei peccati” che li riconduca al Padre, questo vale ancor più per i sacri ministri. Come dimenticare, in proposito, che nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si tramutano in “ladri delle pecore” (Gv, 10,1ss), o perché le deviano con le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte?

Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare”.

Nella  Prefazione al suo libro "La Regola di Benedetto", David Gibson scrive che Benedetto XVI in un’intervista del 2006 ha sottolineato (durante la Visita Apostolica in Baviera) che "la Chiesa Cattolica stessa è una sfera per la contemplazione, non per l’attivismo" (da non confondersi con la vera attività evangelizzatrice e di carità che la Chiesa deve invece compiere). Papa Benedetto ha aggiunto che il rinnovamento "non può venire da opportune iniziative pastorali, quale che sia la loro utilità, o da piani scritti su una lavagna"...

Argomento ripreso nuovamente dal Pontefice nell'Udienza del 25 aprile 2012:

"Non dobbiamo perderci nell'attivismo puro, ma sempre lasciarci anche penetrare nella nostra attività dalla luce della Parola di Dio e così imparare la vera carità, il vero servizio per l'altro, che non ha bisogno di tante cose - ha bisogno certamente delle cose necessarie - ma ha bisogno soprattutto dell'affetto del nostro cuore, della luce di Dio".

 

Nel capitolo IX del famoso libro "Rapporto sulla fede", Messori riporta quanto riteniamo sia rimasto un punto centrale di quel Ratzinger diventato poi Pontefice:

"... ciò che per Ratzinger va ritrovato in pieno è "il carattere predeterminato, non arbitrario, " imperturbabile -, " impassibile " del culto liturgico". "Ci sono stati anni - ricorda - in cui i fedeli, preparandosi ad assistere a un rito, alla Messa stessa, si chiedevano in che modo, in quel giorno, si sarebbe scatenata la " creatività " del celebrante...".

Il che, ricorda, contrastava oltretutto con il monito insolitamente severo, solenne del Concilio: "Che nessun altro, assolutamente (al di fuori della Santa Sede e della gerarchia episcopale, n.d.r.); che nessuno, anche se sacerdote, osi di sua iniziativa aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica" (Sacrosanctum Concilium n. 22).

Aggiunge: "La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese " simpatiche ", di trovate " accattivanti ", ma di ripetizioni solenni. Non deve esprimere l'attualità e il suo effimero ma il mistero del Sacro. Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere "fatta" da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurarne il " successo " in termini di efficacia spettacolare, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il proprium liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi: ciò che vi si manifesta è lo assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non ne è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge sino a noi".

Continua: "Per il cattolico, la liturgia è la Patria comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve essere " predeterminata ", " imperturbabile ", perché attraverso il rito si manifesta la Santità di Dio. Invece, la rivolta contro quella che è stata chiamata " la vecchia rigidità rubricistica ", accusata di togliere " creatività ", ha coinvolto anche la liturgia nel vortice del " fai-da-te ", banalizzandola perché l'ha resa conforme alla nostra mediocre misura".

C'è poi un altro ordine di problemi sul quale Ratzinger vuole richiamare l'attenzione: "Il Concilio ci ha giustamente ricordato che liturgia significa anche actio, azione, e ha chiesto che ai fedeli sia assicurata una actuosa participatio, una partecipazione attiva".

Mi sembra ottima cosa, dico.

"Certo - conferma -. è un concetto sacrosanto che però, nelle interpretazioni postconciliari, ha subìto una restrizione fatale. Sorse cioè l'impressione che si avesse una " partecipazione attiva " solo dove ci fosse un'attività esteriore, verificabile: discorsi, parole, canti, omelie, letture, stringer di mani... Ma si è dimenticato che il Concilio mette nella actuosa participatio anche il silenzio, che permette una partecipazione davvero profonda, personale, concedendoci l'ascolto interiore della Parola del Signore. Ora, di questo silenzio non è restata traccia in certi riti".

***

Vogliamo ricordare a tutti che la Riforma in atto per mezzo della paziente e mite opera di Benedetto XVI non riguarda il rito nella forma detta oggi "straordinaria" giustamente liberalizzata, riabilitata nella Riforma fatta da Giovanni XXIII, quanto piuttosto riguarda proprio il rito nella forma detta "ordinaria", è qui che il Santo Padre ha apportato non già delle modifiche ma il ripristino del senso del Sacro, nonché la correzione a talune infiltrazioni abusive propagate, purtroppo, nei precedenti pontificati e nelle Messe celebrate dai Pontefici dopo il Concilio.

In una intervista del 2011, così spiegava mons. Guido Marini, Maestro per le Celebrazioni Liturgiche del Pontefice:

" Nell'ambito liturgico, ciò che il Papa sta indicando con la sua parola e con il suo esempio, è l'applicazione compiuta e fedele del Concilio Vaticano II, in sviluppo armonico con tutta la tradizione liturgica precedente della Chiesa. ... il Santo Padre è un Maestro di liturgia, per quanto riguarda i contenuti, l'insegnamento e il pensiero, e allo stesso tempo un grande 'liturgo', perché ci insegna l'arte della celebrazione. Benedetto XVI ha mutato la liturgia con il suo stesso stile celebrativo e allo stesso tempo con le sue indicazioni e orientamenti.

Se c'è una sottolineatura nelle celebrazioni presiedute dal Papa è proprio questa ricerca di andare al cuore e all'essenza della Liturgia, che è il Mistero del Signore celebrato nel quale tutti siamo chiamati ad entrare, in quel clima di adorazione e di preghiera che anche il momento del silenzio contribuisce a creare..."

 

«Le nostre liturgie della terra, interamente volte a celebrare questo atto unico della storia, non giungeranno mai ad esprimerne totalmente l’infinita densità. La bellezza dei riti non sarà certamente mai abbastanza ricercata, abbastanza curata, abbastanza elaborata, poiché nulla è troppo bello per Dio, che è la Bellezza infinita. Le nostre liturgie terrene non potranno essere che un pallido riflesso della liturgia, che si celebra nella Gerusalemme del cielo, punto d’arrivo del nostro pellegrinaggio sulla terra. Possano tuttavia le nostre celebrazioni avvicinarsi ad essa il più possibile e farla pregustare!» (Omelia alla celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi, 12 settembre 2008).

 

Chiediamo troppo ai nostri Vescovi e ai nostri Parroci?

 

Il 5 febbraio del 2010, la Redazione de IlGiornale.it esordiva scrivendo:

"L'Italia ha una brutta malattia, il clericalismo. Lo dico da cattolico con un vivo senso religioso. Questo è un Paese perdutamente clericale nella fede ma anche nell'ateismo, che non rispetta la verità ma il potere del clero, cioè la forza e l'involucro. Un Paese non devoto ma servile, che si genuflette non alla verità ma al clero che ne impone il monopolio. Un clero anche laico, dunque....

(...)

Della verità non frega nulla ai clericali, è quasi un ingombro e una distrazione; conta l'osservanza alla Cupola, la conformità a un codice di ipocrisie e salamelecchi. Per clero non s'intende per forza quello della Chiesa cattolica, ma un blocco di potere, fosse pure un clero di atei, un partito intellettuale, un gruppo di potere. Un clero laicissimo, massonico, intellettuale, mediatico o affaristico. Siamo sottomessi al clero dei magistrati e al clero della finanza, al clero dei partiti e al clero dei poteri culturali. E sacrifichiamo la verità al potere.

Clericale è il ceto di potere in carriera, anche quello religioso, come ha osservato giustamente il Papa l'altro giorno, ma non solo quello. Se hai la possibilità di fare lobby e partito, di imporre una verità di comodo o una bugia organizzata, meriti la devozione clericale. Quel che si traduce in complotto o più modestamente in conformismo è affiliazione clericale. Poi dei meriti veri o presunti, se sei bravo o sei una nullità, non conta nulla. Conta la tua collocazione, se non sei funzionale all'Operazione in corso vai bruciato. Questo è un Paese clericale, che di Dio, dell'anima e della fede non sa che farsene, ma che di servitù, menzogna e apparenza si nutre. Che brutto vivere in un Paese di clericali senza Dio."

***

Concordiamo con questo pensiero ma specificando alcuni punti che useremo a conclusione di questo articolo.

Se questo nostro Paese fosse veramente "clericale nella fede", e per fede intendiamo quella vera, dottrinale e devota della Chiesa, non avremmo oggi necessità di scrivere questi articoli.

Piuttosto questo nostro Paese è certamente e perdutamente clericale in quell'ateismo che non rispetta la Verità, ma si è reso supino ad un potere clericale lontano invece dalla vera Fede e per questo parliamo di "clericalismo e di potere".

Un Paese che nelle sue membra sociali e culturali si genuflette ad ogni monopolio, non solo a quello clericale dal momento che anche certo Clero si è genuflesso a certi poteri civili (leggasi l'articolo nel Blog sulle cinque piaghe della Chiesa del beato Rosmini).

E senza dubbio una sorta di clero laico dal momento che si è tentato ovunque di equiparare il ministero sacerdotale a quello dei fedeli.

 

Così rifletteva Paolo Rodari il 20 giugno 2010 dal suo Blog:

«Il carrierismo, la ricerca del potere, era più di tanti altri mali, “il male” presente nella chiesa (soprattutto nel clero) che il cardinale Joseph Ratzinger aveva denunciato nelle meditazioni della via crucis del 2005 quando, poche settimane prima di succedere a Giovanni Paolo II, disse: “Quanta sporcizia c’è nella chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!”.

Su questo tema Benedetto XVI è tornato più volte, ad esempio quando ha detto il 3 febbraio 2010: “Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa?”.

Il Papa, in modo più potente, ne aveva parlato il 12 settembre del 2009, quando elencò le caratteristiche che non devono mancare nella vita del prete.

A un certo punto disse: “Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità. La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune”.

 

Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell’opinione pubblica.

Ed infine, non si tratta di privilegiare la forma di un Rito della Messa a discapito di un'altra, quanto è necessario invece rendere palese che, la forma ordinaria della Messa nelle Parrocchie celebrata contro la riforma di Benedetto XVI, si presta allo strapotere clericale, dove ci si genuflette alle imposizioni del gruppo predominante anziché piegare le proprie ginocchia davanti all'Eucaristia, davanti al Tabernacolo (sfrattato dalle Chiese), nel mentre si riceve la Comunione.

Si prestano onori ai Caduti, alle autorità civili, militari e religiose, recita l'ufficio del protocollo istituzionale, ma non si prestano più gli onori a Colui che solo è degno di ricevere gli onori e la gloria, al di là e al di sopra di ogni Istituzione.

 

"La prima caratteristica, che il Signore richiede dal servo, è la fedeltà. Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato".

(Benedetto XVI Omelia ai nuovi Vescovi 12 settembre del 2009)

 

***

 

Dialogare o Evangelizzare?

01.01.2013 22:45

 

 

 

Apriamo il Nuovo Anno con un articolo che parte dalle parole del Pontefice nel suo Discorso alla Curia di questo Natale 2012:

 

"Per l’essenza del dialogo interreligioso, oggi in genere si considerano fondamentali due regole:

1. Il dialogo non ha di mira la conversione, bensì la comprensione. In questo si distingue dall’evangelizzazione, dalla missione.

2. Conformemente a ciò, in questo dialogo ambedue le parti restano consapevolmente nella loro identità, che, nel dialogo, non mettono in questione né per sé né per gli altri.
Queste regole sono giuste. Penso, tuttavia, che in questa forma siano formulate troppo superficialmente.

Sì, il dialogo non ha di mira la conversione, ma una migliore comprensione reciproca: ciò è corretto. La ricerca di conoscenza e di comprensione, però, vuole sempre essere anche un avvicinamento alla verità. Così, ambedue le parti, avvicinandosi passo passo alla verità, vanno in avanti e sono in cammino verso una più grande condivisione, che si fonda sull’unità della verità.
Per quanto riguarda il restare fedeli alla propria identità: sarebbe troppo poco se il cristiano con la sua decisione per la propria identità interrompesse, per così dire, in base alla sua volontà, la via verso la verità.

Allora il suo essere cristiano diventerebbe qualcosa di arbitrario, una scelta semplicemente fattuale. Allora egli, evidentemente, non metterebbe in conto che nella religione si ha a che fare con la verità.

Rispetto a questo direi che il cristiano ha la grande fiducia di fondo, anzi, la grande certezza di fondo di poter prendere tranquillamente il largo nel vasto mare della verità, senza dover temere per la sua identità di cristiano.

Certo, non siamo noi a possedere la verità, ma è essa a possedere noi: Cristo, che è la Verità, ci ha presi per mano...."

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Non nascondiamo alcuni punti apparentemente "ambigui" del Discorso del Pontefice, parole che ben facilmente si prestano a strumentali interpretazioni di comodo, soprattutto sincretiste se ci si fermasse ai due punti citati, ma naturalmente non ne facciamo una colpa al Papa dal momento che il fine e lo scopo delle sue parole non si fermano lì. In fondo egli sta spiegando la situazione di una forma di dialogo che, laddove è necessaria per creare amicizie, incontri, rispetto, fiducia, dall'altra parte è andata ben oltre l'intenzione medesima del Cristo nei Vangeli, e il Papa stesso richiama alle responsabilità del fedele quanto del Clero.

Non pochi fra Clero e fedeli laici ci si ferma al punto: Il dialogo non ha di mira la conversione,  e davanti ad una affermazione del genere non possiamo non chiederci: ma allora, perché il Battesimo è necessario? Perché "dobbiamo" evangelizzare e patire come Cristo? Perché farsi Cattolici?

Possiamo forse rispondere che "siamo chiamati, battezzati e fatti cristiani", chiamati a dare la propria vita per servire il dialogo? Naturalmente no!

Ed infatti il dialogo non ha di mira la conversione! Lo stesso Pontefice specifica: "In questo (- il dialogo) si distingue dall’evangelizzazione, dalla missione".

Ed è vero: distinzione si, separazione no!

E' Gesù che sceglie chi mandare in missione, chi mandare ad evangelizzare, non siamo noi gli iniziatori, noi siamo responsabili di un rifiuto o di una accettazione: "Non vos me elegistis, sed ego elegi vos et posui vos, ut vos eatis et fructum afferatis, et fructus vester maneat / Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga" (Gv.15,16).

Il "frutto" non è nostro, ma è della vite, quindi è di Cristo, e chi viene chiamato a lavorare nella vigna deve lavorare per quella Vite, la vigna è del Signore.

L'essere così in "possesso della Verità " è un relazionarsi in Cristo=Verità, nell'ambito di quell'essere "costituiti-innestati" all'interno, appunto, della Chiesa per rendere un servizio al prossimo, al mondo, al regno di Dio che viene.

 

Il 2 settembre 2012, Benedetto XVI ha tenuto una interessante Omelia nel suo annuale incontro con gli ex-studenti, proferendo queste parole:

"Conviene, quindi, alla Chiesa, come per Israele, essere piena di gratitudine e di gioia. «Quale popolo può dire che Dio gli sia così vicino? Quale popolo ha ricevuto questo dono?».

 Non lo abbiamo fatto noi, ci è stato donato. Gioia e gratitudine per il fatto che lo possiamo conoscere, che abbiamo ricevuto la saggezza del vivere bene, che è ciò che dovrebbe caratterizzare il cristiano. Infatti, nel Cristianesimo delle origini era così: l’essere liberato dalle tenebre dell’andare a tastoni, dell’ignoranza - che cosa sono? perché sono? come devo andare avanti? -, l’essere diventato libero, l’essere nella luce, nell’ampiezza della verità. Questa era la consapevolezza fondamentale. Una gratitudine che si irradiava intorno e che così univa gli uomini nella Chiesa di Gesù Cristo.

"Ma anche nella Chiesa c’è lo stesso fenomeno: elementi umani si aggiungono e conducono o alla presunzione, al cosiddetto trionfalismo che vanta se stesso invece di dare la lode a Dio, o al vincolo, che bisogna togliere, spezzare e schiacciare.

Che dobbiamo fare? Che dobbiamo dire? Penso che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede; che non crediamo più e non osiamo più dire: Egli ci ha indicato chi è la verità, che cos’è la verità, ci ha mostrato che cos’è l`uomo, ci ha donato la giustizia della vita retta. Noi siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità della vita.

"Se leggiamo oggi, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: «Siete generati per mezzo di una parola di verità», chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata?

 Ci viene subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso.

 Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi.

 Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo «non-avere-la-verità». Come nessuno può dire: ho dei figli – non sono un nostro possesso, sono un dono, e come dono di Dio ci sono dati per un compito - così non possiamo dire: ho la verità, ma la verità è venuta verso di noi e ci spinge. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lei. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra..."

(Omelia Santa Messa 2.9.2012 Benedetto XVI - Ratzinger Schülerkreis)

 

Insomma: dobbiamo dialogare si o no?

Dobbiamo "convertire" o no?

 

Il dialogo non è conversione o convertire, ma per un cattolico il dialogare è uno strumento non il fine, ed  ha uno scopo ben preciso:

Instaurare omnia in Christo”....

Con queste parole San Pio X iniziava il suo Pontificato all'inizio del '900.

Quale significato ha per noi oggi questa verità? Lo spiegava bene Giovanni Paolo II quando nel 1993 andò a visitare la Parrocchia romana dedicata a san Pio X:

"San Pio X ha trovato queste parole: “Instaurare omnia in Christo”.

“Instaurare”, innovare, cercare in Lui sempre il recupero, l’instaurazione, la restaurazione di quello che è giusto, che è umano, che è pacifico, che è bello, che è sano e che è santo.

“Instaurare omnia” e “omnia” vuol dire la vita personale, la vita delle famiglie".

 

Dice ancora Benedetto XVI:

" Il linguaggio della fede spesso è molto lontano dalla gente di oggi; può avvicinarsi soltanto se diviene in noi il linguaggio del nostro tempo..." (13.5.2005)

Cosa vuol dire?

Innanzi tutto vuol dire che la Parola di Dio non può essere adeguata alle mode del momento con nuove interpretazioni di comodo, ma deve diventare "il linguaggio del nostro tempo" di ogni tempo, ossia è l'uomo che deve adeguarsi alla Parola, alla vera dottrina che non è affatto un "monopolio" della Gerarchia Cattolica modificabile a seconda di certi poteri occulti che si agitano nel tempo e nella storia.

 

Il giorno di Pentecoste gli Apostoli parlarono in lingue ma attenzione perché in quel "parlare in lingue" non c'è esclusivamente la lingua straniera come da molti è concepito, ma intende anche una "comprensione degli avvenimenti" appena accaduti.

Dice infatti sant'Agostino (e così comprendiamo anche le parole di Benedetto XVI):

" Nel giorno di Pentecoste lo Spirito Santo scese su centoventi persone, tra cui erano gli Apostoli, che si trovavano riuniti insieme. Quando gli Apostoli, ricolmi di Spirito Santo, cominciarono a parlare la lingua di tutte le genti, molti di coloro che lo avevano odiato, stupefatti per un tale prodigio (infatti si trovavano davanti a Pietro che con la sua parola rendeva a Cristo una testimonianza grandiosa e divina, dimostrando che colui che essi avevano ucciso e credevano morto era invece risuscitato ed era ben vivo), toccati nel profondo del cuore, si convertirono e ottennero il perdono d'aver versato quel sangue divino con tanta empietà e crudeltà e da quel medesimo sangue, che avevano versato, furono redenti (cf. At 2, 2).

Il sangue di Cristo, versato per la remissione di tutti i peccati, possiede, infatti, una tale efficacia che può cancellare anche il peccato di chi lo ha versato. Ed è appunto a questo fatto che alludeva il Signore con le parole: Mi hanno odiato senza ragione. Quando verrà il Paracleto, egli mi renderà testimonianza, come dire: Vedendomi, mi hanno odiato e ucciso; ma il Paracleto mi renderà una tale testimonianza che li farà credere in me senza vedermi". (Omelia 92)

E ancora, dice sant'Agostino:

"...la verità evangelica è stata a noi comunicata dal Verbo di Dio, che rimane eterno e immutabile al di sopra di ogni creatura, mediante l'opera di creature umane e attraverso segni e lingue umane. Questa comunicazione ha raggiunto nel Vangelo il più alto vertice dell'autorevolezza" (Il consenso degli Evangelisti - Libro Secondo).

 

Nella Messa Crismale del 2009 il Papa, rivolgendosi al Clero pone nove domande precise

“Siamo veramente pervasi dalla parola di Dio?

È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto non lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo?

Ci occupiamo interiormente di questa parola al punto che essa realmente dà un’impronta alla nostra vita e forma il nostro pensiero?

O non è piuttosto che il nostro pensiero sempre di nuovo si modella con tutto ciò che si dice e che si fa?

Non sono forse assai spesso le opinioni predominanti i criteri secondo cui ci misuriamo?

Non rimaniamo forse, in fin dei conti, nella superficialità di tutto ciò che, di solito, s’impone all’uomo di oggi?

Ci lasciamo veramente purificare nel nostro intimo dalla parola di Dio?”

(Benedetto XVI Santa Messa Crismale - Giovedì Santo 9 aprile 2009)

 

Del resto, il Papa stesso aveva obiettato il 25 maggio 2006 durante il suo viaggio in Polonia:

“Dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa: che siano degli specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio. Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politica. Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale (…) Siate autentici nella vostra vita e nel vostro ministero. Fissando Cristo, vivete una vita modesta, solidale con i fedeli a cui siete mandati. Servite tutti; se vivrete di fede, lo Spirito Santo vi suggerirà cosa dovrete dire e come dovrete servire”.

Dunque, non solo lo sguardo sempre rivolto a Dio e quindi piegato poi verso l'umanità, ma di conseguenza anche ogni forma di dialogo deve avere questa impronta, questo sguardo rivolto a Dio e non a un dio qualunque, o ad una immagine astratta di chiesa o persino una immagine del Cristo modellata a seconda delle nostre opinioni personali.

 

Per questo, dice durante la Messa Crismale del 2008:

“Il sacerdote deve essere uno che vigila. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve tener sveglio il mondo per Dio. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene”.

I mezzi per la “perfezione” sono noti a ogni presbitero: Eucaristia, fedeltà a una preghiera profonda, formazione permanente. Il Papa ne parla quasi ogni settimana, quando le stanze della sua casa si riempiono di vescovi di tutto il mondo che vengono a raccontargli delle loro Chiese particolari. Ma è possibile fin qui individuare un concetto su tutti, il leit-motiv che - secondo Benedetto XVI - “fa” il sacerdote, come dichiara il 13 maggio 2005, nel tradizionale incontro con il clero romano:

“Tutto ciò che è costitutivo del nostro ministero non può essere il prodotto delle nostre capacità personali (…) Siamo mandati non ad annunciare noi stessi o nostre opinioni, ma il mistero di Cristo e, in Lui, la misura del vero umanesimo. Siamo incaricati non di dire molte parole, ma di farci eco e portatori di una sola 'Parola', che è il Verbo di Dio fatto carne per la nostra salvezza”.

 

Ricapitolando:

il dialogo non è lo scopo, non è il fine, ma uno strumento per l'evangelizzazione il cui scopo e fine è l'incontro con la Verità. Il vero dialogo deve "toccare nel profondo del cuore l'altro, e condurlo alla conversione", ossia, ascoltare Cristo, crederGli, abbracciarLo.

 

Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Pace del 2006 scrive:

"E allora, chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace? A questo proposito, la Sacra Scrittura mette in evidenza nel suo primo Libro, la Genesi, la menzogna, pronunciata all'inizio della storia dall'essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall'evangelista Giovanni come « padre della menzogna » (Gv 8,44).

La menzogna è pure uno dei peccati che ricorda la Bibbia nell'ultimo capitolo del suo ultimo Libro, l'Apocalisse, per segnalare l'esclusione dalla Gerusalemme celeste dei menzogneri: « Fuori... chiunque ama e pratica la menzogna! » (22,15).

Alla menzogna è legato il dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato e continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle nazioni. (..) Come non restare seriamente preoccupati, dopo tali esperienze, di fronte alle menzogne del nostro tempo, che fanno da cornice a minacciosi scenari di morte in non poche regioni del mondo? L'autentica ricerca della pace deve partire dalla consapevolezza che il problema della verità e della menzogna riguarda ogni uomo e ogni donna, e risulta essere decisivo per un futuro pacifico del nostro pianeta".

 

***

Il dialogo è perciò la condivisione della Verità, mettendo a nudo la menzogna, così dice il Profeta:

"Se io dico al malvagio: Tu morirai! e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.

Ma se tu ammonisci il malvagio ed egli non si allontana dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per il suo peccato, ma tu ti sarai salvato. Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l'iniquità, io porrò un ostacolo davanti a lui ed egli morirà; poiché tu non l'avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate; ma della morte di lui domanderò conto a te. Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato". (Ezec.3,18-21)

 

L'impegno della Chiesa ad annunciare il Vangelo, ha ripetuto il Papa nell'Omelia del Te Deum 31.12.2012: "è tanto più necessario quando la fede rischia di oscurarsi in contesti culturali che ne ostacolano il radicamento personale e la presenza sociale" e in "stili di vita improntati all'individualismo e al relativismo etico".

 

Non sia dunque turbato il nostro cuore di fronte alla Verità di questa Pace che è fuoco, dice infatti Gesù: "Ignem veni mittere in terram et quid volo. Si iam accensus esset!  / Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!" (Lc.12,49).

 

Perché attraverso la Chiesa? Chi lo dice?

Lo dice Gesù le cui parole riportiamo dall'introduzione del Documento Dominus Jesus:

" Il Signore Gesù, prima di ascendere al cielo, affidò ai suoi discepoli il mandato di annunciare il Vangelo al mondo intero e di battezzare tutte le nazioni: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,15-16); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20; cf. anche Lc 24,46-48; Gv 17,18; 20,21; At 1,8).

La missione universale della Chiesa nasce dal mandato di Gesù Cristo e si adempie nel corso dei secoli nella proclamazione del mistero di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, e del mistero dell'incarnazione del Figlio, come evento di salvezza per tutta l'umanità".

 ***

Questo è lo scopo del "dialogo" con i non cattolici!

Gesù non ha comandato: «Andate in tutto il mondo e dialogate con ogni creatura condividendo la fede di tutti.»

Il vero dialogo rispettoso dell'altro non può essere separato da questo che è invece il comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato».

Seppure resta chiara la distinzione del dialogare dalla missione evangelizzatrice, resta palese che la Chiesa, il cattolico stesso che "vive nel mondo" è invitato a dialogare per "preparare il terreno" (la chiamata) alla semina del Vangelo.

L'opera di conversione non spetta a noi, ma al Cristo, è Lui che fa crescere e maturare.

Del resto è la Verità che rende liberi, mentre la menzogna rende schiavi; perché la menzogna ha un  fascino perverso e pervertitore, possiede un potere diabolico sugli animi, si accredita con l’opinione e la dittatura del relativismo, si afferma e si consolida con l’uso di un falso e perverso dialogo, assume tutte le apparenze della verità, presto o tardi giunge a sottomettere chi rifiuta la Verità, e acquista sugli animi un dominio anche indistruttibile se non si previene smascherandola, denunciandola, condannandola.

 

Se dunque noi non dialoghiamo per seminare il Logos, cosa deve far crescere il Cristo: le nostre chiacchiere, le nostre ideologie, le nostre vane parole?

Per dialogare non serviva fondare la Chiesa, non serviva finire sulla Croce.

 

"...chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia” (Mt 7, 15.23).

L’opera di santificazione in noi è manifestata non dai “carismi”, dal dialogo fine a se stesso, dal volemose bene a tutti i costi, ma dai “frutti” (le conversioni), le chiacchiere stanno a zero. I carismi, così come il dialogo sono strumenti a servizio della santificazione nostra e del prossimo, ma non sono il segno di averla già raggiunta. L’albero buono non si riconosce nella produzione di “carismi o da quanto è prodigo nel dialogo”, ma per i “frutti”, e i frutti sono la trasformazione che lo Spirito Santo produce dentro l'uomo: la conversione, la santificazione, vero scopo del dialogo. Gesù è il vero Maestro del dialogo, ma tratta duramente coloro che avendo ricevuto ed usato i carismi non producono frutti dello Spirito Santo e quindi non costruiscono la loro casa sulla roccia, ossia su di Lui.

Leggiamo infatti ancora nella Dominus Jesus:

" La risposta adeguata alla rivelazione di Dio è «l'obbedienza della fede(cf. Rm 1,5; Rm 16,26; 2 Cor 10,5-6), per la quale l'uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente, prestando il “pieno ossequio dell'intelletto e della volontà a Dio che rivela” e dando il proprio assenso volontario alla rivelazione fatta da lui»".

 

La priorità dell'evangelizzazione nel Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale Missionaria 2012 è la seguente:

  "Il mandato di predicare il Vangelo (...) deve coinvolgere tutta l'attività della Chiesa particolare, tutti i suoi settori, in breve, tutto il suo essere e il suo operare. Il Concilio Vaticano II lo ha indicato con chiarezza e il Magistero successivo l'ha ribadito con forza. Ciò richiede di adeguare costantemente stili di vita, piani pastorali e organizzazione diocesana a questa dimensione fondamentale dell'essere Chiesa, specialmente nel nostro mondo in continuo cambiamento. (...) Tutte le componenti del grande mosaico della Chiesa devono sentirsi fortemente interpellate dal mandato del Signore di predicare il Vangelo, affinché Cristo sia annunciato ovunque. Noi Pastori, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli in Cristo, dobbiamo metterci sulle orme dell'apostolo Paolo, il quale (...) ha lavorato, sofferto e lottato per far giungere il Vangelo in mezzo ai pagani, senza risparmiare energie, tempo e mezzi per far conoscere il Messaggio di Cristo". (...)

 

“Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità”. (2 Tessalonicesi 2, 7-12).

 

"Ecce venio cito, et merces mea mecum est, reddere unicuique sicut opus eius est.

Ego Alpha et Omega, primus et novissimus, principium et finis.

Beati, qui lavant stolas suas, ut sit potestas eorum super lignum vitae, et per portas intrent in civitatem.

Foris canes et venefici et impudici et homicidae et idolis servientes et omnis, qui amat et facit mendacium! /

Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.

Io sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il principio e la fine.

Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all'albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. 

Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna! " (Ap.22,15)

 

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