Dialogo interreligioso e preghiera multireligiosa

14.01.2013 22:59

 

Dialogo interreligioso e preghiera multireligiosa

 

Precisiamo subito la differenza che c'è tra l'Ecumenismo e il dialogo interreligioso:

nel primo il dialogo è svolto tra i Cristiani che nel corso della storia si sono separati dalla Chiesa di Cristo, hanno generato scismi e divisioni, hanno dato origine ad una immagine del Cristo dissociato dalla Sposa, la Chiesa, Corpo anche visibile ed operante (militante) nella Chiesa. In una parola il dialogo Ecumenico è svolto fra quanti credono nella Santissima Trinità, nell'Incarnazione prodigiosa del Verbo Divino e nel ruolo della Beata Vergine Maria; tra quanti pronunciano la professione di fede nel Credo apostolico e professano i sette Sacramenti a cominciare dalla necessità del Battesimo.

Nel secondo il dialogo interreligioso  e la preghiera multireligiosa si svolge fra quanti, pur testimoniando un senso di fede, non conoscono ancora la Verità, la Via e la vera Vita, oppure in qualche modo la rifiutano. La Chiesa ritiene opportuno mantenere con queste persone un atteggiamento di carità, di rispetto e di fiducia nel Signore, l'unico che davvero può convertire, a patto che noi "prepariamo la strada al Signore che viene".

Qui vogliamo solo sottolineare un grande equivoco del nostro tempo: Tutti e tutte le religioni professano e credono in un unico vero Dio, comune appunto a tutte le religioni? Quando preghiamo insieme, preghiamo l'unico Dio?

 

Rispondere con un si o un no, non è saggio e non soddisferebbe le grandi lacune che tale affermazione, letta in positivo o in negativo, finirebbe per generare.

Esiste certamente una unicità a livello ontologico: Dio è uno solo, non ve ne sono altri. Ciò che fa la differenza è proprio la Dottrina nella sua Rivelazione.

Per esempio: quando diciamo che tutti gli uomini sono fratelli e tutti gli uomini sono figli di Dio, è una verità ontologica, una verità indiscutibile perché non esiste un altro Dio che possa aver creato tutto e anche l'uomo per poi essere diviso nel suo stesso Essere, e noi non siamo il frutto di una sorgente energetica, o di una emanazione di più divinità unite fra loro e poi separate, né siamo frutto di uno sorta di spirito impersonale che si attiverebbe esclusivamente a seconda dei rituali più o meno sacri.

Noi tutti siamo figli di un unico Dio, su questa verità si fonda il vero dialogo interreligioso. E su questa realtà ci muoviamo oggi affinché quanti professano una fede riconoscano in questa una Verità ontologicamente comune, comune a tutti gli uomini per i quali il Verbo Divino si è incarnato e si è liberamente sacrificato per salvarci.

Naturalmente tale dialogo e tale verità si fermano al primo aspetto ontologico, mentre a riguardo della Rivelazione (l'Incarnazione di Dio), scattano le differenze e quindi o il rifiuto ad accettare il vero Dio che si è rivelato - Gesù Cristo -, o l'arrestarsi davanti al Mistero e continuare un dialogo superficiale fino a quando gli uomini non comprenderanno la vera ed unica Rivelazione di Dio.

 

Quindi: professiamo tutti un solo Dio e quel Dio Vivo e vero?

A questo punto no!

Un conto è pregare insieme a tutte le religioni verso l'unico Dio, Creatore dell'Universo e quanto contiene, Creatore dell'Uomo, altra cosa è volgersi a questo Dio che si è rivelato, si è Incarnato, ci ha Redenti, è morto ed è resuscitato, volgersi dunque a Gesù Cristo il quale ha detto: "nessuno va al Padre se non per mezzo di me".

"Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.  Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».  Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».  Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?  Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere.  Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse". (Gv.14, 5-11)

Senza dubbio che molti, non cristiani, giungono al Padre per vie a noi sconosciute ma che si fondano sull'osservanza dei Dieci Comandamenti, con tutto ciò che questi comportano, ma ciò avviene sempre per mezzo del Cristo, mai senza di Lui, solo che molti non lo sanno, oppure lo rifiutano.

Esiste così la volontà a credere o a rifiutare il Signore Dio che si è rivelato. Nel primo caso ci si salva, nel secondo caso, quando vi è un vero rifiuto che solo Dio conosce, c'è il rischio di una vera condanna.

Come abbiamo spiegato nell'articolo sul dialogo o evangelizzazione, compito della Chiesa non è un dialogo marginale e fine a se stesso, riducibile ad un volemose bene per evitare le responsabilità legate al dovere dell'evangelizzazione (=far conoscere Cristo) e della conseguente conversione a Dio: " Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato." (Mc.16,16)

Esiste perciò una figliolanza più profonda che il Nuovo Testamento identifica quale "adozione", adozione a figli per mezzo del Battesimo - incorporati e rivestiti di Cristo ed in Cristo e per mezzo di Cristo.

E' triste pertanto constatare che anche negli incontri interreligiosi ci si è incastrati, o se preferite si è ceduto al compromesso in nome del dialogo, a non chiamare più Dio= Abbà, Padre, ma semplicemente  riferirsi a Lui come ad un dio generico, impersonale, compiacente nell'immaginario di ognuno, un dio fatto a nostra immagine, o rinchiuso all'interno delle culture umane, delle tradizioni umane.

Questo non è il Dio rivelato! E' anche per questo che la Pace stessa tanto invocata stenta ad arrivare: perché la Pace è la Verità in Dio rivelato in Gesù Cristo. Non ci sarà mai pace fino a quando non ci convertiremo a Lui.

E' vero che, nel monoteismo, crediamo al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma è anche vero che per Ebrei e Musulmani il Messia da noi testimoniato suona per loro come una bestemmia, persino come una offesa, sono loro stessi che negano questa figliolanza attraverso il Messia, che negano la Santissima Trinità come una sorta di attentato alla loro fede.

Ontologicamente crediamo dunque nel medesimo Dio perché non ve ne è un'altro, ma teologicamente no. In questi incontri ognuno prega "il proprio Dio", un dio personalizzato, rischiando così di finire noi stessi in un triste sincretismo equiparando l'identità di Dio con il dio di ogni fede.

Quanto poi al dialogo con le "altre religioni" nelle quali non esiste neppure una idea di Dio, ma esistono diverse "entità spirituali", al momento non ci pronunciamo, ma è evidente che non preghiamo "insieme", è falso, non ci rivolgiamo allo stesso Dio.

 

In questi "dialoghi" interreligiosi e preghiere multireligiose si rende palese che a parlare non è il vero Logos, non è la Parola fatta carne, ma sono le nostre istanze, sono le nostre parole, le nostre diplomazie, i nostri compromessi contrariamente al monito paolino: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede" (2Tim.4,7), per evitare le vere battaglie che non sono contro gli uomini, ma vanno combattute le tenebre, le vane parole, e tutto quanto oscura la Verità incarnata.

 

"La Chiesa lo sa. Essa ha una viva consapevolezza che la parola del Salvatore - «Devo annunziare la buona novella del Regno di Dio»  - si applica in tutta verità a lei stessa. E volentieri aggiunge con S. Paolo: «Per me evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me se non predicassi il Vangelo!» . È con gioia e conforto che Noi abbiamo inteso, al termine della grande Assemblea dell'ottobre 1974, queste parole luminose: «Vogliamo nuovamente confermare che il mandato d'evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa», compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale non rendono meno urgenti. Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella S. Messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione".

(Paolo VI Lett. Apostolica Evangelii Nuntiandi 1975)

 

"Non raramente si sente affermare che San Tommaso d'Aquino è stato un modello di dialogo con le culture del suo tempo. Ed è vero, ma sarebbe anzitutto necessario precisare - e non lo si fa quasi mai - che cosa si intenda per dialogo.

La parola dialogo è ripetuta oggi fino alla noia per i campi più svariati, ma la si lascia abitualmente nel vago di un significato generico, dove spesso un'ovvietà improduttiva rischia di rasentare la banalità.

(..) è illuminante rilevare il metodo di San Tommaso nel dialogo con la cultura del suo tempo. Si nota anzitutto il principio fondamentale della sua ricerca o della sua "etica mentale", espresso in questi termini e da lui attributo a sant'Ambrogio:  "Al principio di ogni verità, chiunque sia colui che la professi, vi è lo Spirito Santo (omne verum, a quocumque dicatur a Spiritu sancto est)" (Super evangelium Joannis, capitolo 1, lectio 3).

All'Angelico importa la Verità, non la sua provenienza, e là dove essa sia presente riceve da lui tutto il suo riconoscimento. Ed è esattamente quello che egli ricercava in Aristotele:  la verità, per altro ben consapevole quanto, senza la Rivelazione, anche le menti più alte faticassero a trovare quale fosse il fine ultimo dell'uomo:  satis apparet quantam angustiam patiebantur hinc inde eorum praeclara ingenia (Summa contra gentiles, 3, 48).(..)

Nessun dubbio che San Tommaso abbia trascorso la sua laboriosa vita di teologo in dialogo culturale, ma non per un puro conoscersi reciproco, per un ammirarsi a vicenda o per fare semplicemente della storia, bensì con lo spirito critico ed esigente di chi si propone di discernere il vero dal falso e di giungere al traguardo liberante della verità:  di quella stessa verità che i principi di un autore includevano, anche se questi si era incoerentemente fermato come su un sentiero interrotto.

Un simile metodo, indubbiamente, non potrebbe essere praticato da chi sia indifferente di fronte al discorso della verità, al quale Tommaso era invece sensibilissimo, e che alla fine unicamente gli interessava.

(..) è grazie a questo suo metodo che egli ha potuto lasciare una mirabile somma di teologia, dov'è inclusa una filosofia "vera" - storicamente o non storicamente aristotelica - in certo modo trasfigurata dalla fede, più che sua "ancella" e non per ciò meno filosofia.

Che è poi il compito proprio di ognuno che, come lui, voglia essere "maestro in sacra Pagina":  leggere, interpretare e proporre integralmente il Mistero, nella sua verità e nella sua bellezza, che possono apparire solo al credente, e non stemperarsi in confronti alla fine inconcludenti".

(L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2009)

 

Per concludere lasciamo volentieri la parola all'allora cardinale Ratzinger, oggi Sommo Pontefice Benedetto XVI:

Preghiera multireligiosa e interreligiosa

"Nell’epoca del dialogo e dell’incontro delle religioni è sorto inevitabilmente il problema se si possa pregare insieme gli uni con gli altri. A questo proposito oggi si distingue preghiera multireligiosa e interreligiosa. Il modello per la preghiera multireligiosa è offerto dalle due giornate mondiali di preghiera per la pace, nel 1986 e nel 2002, ad Assisi. Appartenenti a diverse religioni si radunano. […] Tuttavia le persone radunate sanno pure che il loro modo di intendere il “divino”, e quindi la loro maniera di rivolgersi a esso, sono così diversi che una preghiera comune sarebbe una finzione, non sarebbe nella verità. Esse si raccolgono per dare un segno del comune anelito [alla pace e alla giustizia, ndr], ma pregano – anche se in contemporanea – in sedi separate, ciascuno a modo proprio. […]

In riferimento ad Assisi – tanto nel 1986 quanto nel 2002 – ci si è chiesti ripetutamente e in termini molto seri se questo sia legittimo. La maggior parte della gente non penserà che si finge una comunanza che in realtà non esiste? Non si favorisce così il relativismo, l’opinione che in fondo siano solo differenze secondarie quelle che si frappongono tra le “religioni”?

Non si indebolisce così la serietà della fede, non si allontana ulteriormente Dio da noi, non si consolida la nostra condizione di abbandono?

Non si possono accantonare con leggerezza tali interrogativi.

I pericoli sono innegabili, e non si può negare che Assisi, particolarmente nel 1986, da molti sia stato interpretato in modo errato.

Sarebbe però altrettanto sbagliato rifiutare in blocco e incondizionatamente la preghiera multireligiosa così come l’abbiamo descritta. A me sembra giusto legarla a condizioni che corrispondano alle esigenze intrinseche della verità della responsabilità di fronte ad una cosa così grande come è l’implorazione rivolta a Dio davanti a tutto il mondo.

Ne individuo due:

1. Tale preghiera multireligiosa non può essere la norma della vita religiosa, ma deve restare solo come un segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d’angoscia che dovrebbe riscuotere i cuori degli uomini e al tempo stesso scuotere il cuore di Dio.

2. Un tale avvenimento porta quasi necessariamente ad interpretazioni sbagliate, all’indifferenza rispetto al contenuto da credere o da non credere e in tal modo al dissolvimento della fede reale. Perciò avvenimenti del genere devono restare eccezionali, e dunque è della massima importanza chiarire accuratamente in che cosa consistano. Questo chiarimento, in cui deve risultare nettamente che non esistono le “religioni” in generale, che non esiste una comune idea di Dio e una comune fede in Lui, che la differenza non tocca unicamente l’ambito delle immagini e delle forme concettuali mutevoli, ma le stesse scelte ultime – questo chiarimento è importante, non solo per i partecipanti all’avvenimento, ma per tutti quelli che ne sono testimoni o comunque ne sono informati.

L’avvenimento deve presentarsi in sé stesso e davanti al mondo in modo talmente chiaro da non diventare dimostrazione di relativismo, perché si priverebbe da solo del suo senso.

Mentre nella preghiera multireligiosa si prega nello stesso contesto, ma separatamente, la preghiera interreligiosa significa un pregare insieme di persone o gruppi di diversa appartenenza religiosa. È possibile fare questo in tutta verità e onestà? Ne dubito.

Comunque devono essere garantite tre condizioni elementari, senza le quali tale pregare diverrebbe la negazione della fede:

1. Si può pregare insieme solo se sussiste unanimità su chi o che cosa sia Dio e perciò se c’è unanimità di principio su cosa sia il pregare: un processo dialogico in cui io parlo a un Dio che è in grado di udire ed esaudire.

" In altre parole: la preghiera comune presuppone che il destinatario, e dunque anche l’atto interiore rivolto a Lui, vengano concepiti, in linea di principio, allo stesso modo. Come nel caso di Abramo e Melchisedek, di Giobbe e di Giona, dev’essere chiaro che si parla col Dio unico che sta al di sopra degli dèi, col Creatore del cielo e della terra, col mio Creatore. Dev’essere chiaro dunque che Dio è “persona”, vale a dire che può conoscere ed amare; che può ascoltarmi e rispondermi; che Egli è buono ed è il criterio del bene, e che il male non fa parte di Lui. […]

2. Sulla base del concetto di Dio, deve sussistere pure una concezione fondamentalmente identica su ciò che è degno di preghiera e può diventare contenuto di preghiera.

Io considero le richieste del Padre nostro il criterio di ciò che ci è consentito implorare da Dio, per pregare in modo degno di Lui. In esse si vede chi e come è Dio e chi siamo noi. Esse purificano la nostra volontà e fanno vedere con che tipo di volontà stiamo camminando verso Dio, e che genere di desideri ci allontana da Lui, ci metterebbe contro di Lui. Richieste che fossero in direzione opposta alle richieste del Padre nostro, per un cristiano non possono essere oggetto di preghiera interreligiosa, e di nessun tipo di preghiera.

3. L’avvenimento deve svolgersi nel suo complesso in modo tale che la falsa interpretazione relativistica di fede e preghiera non vi trovi alcun appiglio. Questo criterio non riguarda solo chi è cristiano, che non dovrebbe essere indotto in errore, ma alla stessa stregua anche chi non è cristiano, il quale non deve avere l’impressione dell’interscambiabilità delle “religioni” e che la professione fondamentale della fede cristiana sia di importanza secondaria e dunque surrogabile. Per evitare tale errore bisogna pure che la fede dei cristiani nell’unicità di Dio e in quella di Gesù Cristo, il Redentore di tutti gli uomini, non sia offuscata davanti a chi non è cristiano.

(tratto da J.Ratzinger, Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena, 2003, pagg.110-114)

 

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